
L’accordo USA-Iran già in bilico sul Libano: Teheran pretende il ritiro israeliano
Mentre nel sud del Libano proseguono gli scontri e Teheran minaccia una «risposta severa», il memorandum tra Washington e Iran rischia di naufragare sul nodo del ritiro delle truppe di Israele.
L’intesa provvisoria tra Stati Uniti e Iran, salutata come il possibile epilogo di una guerra regionale, mostra crepe profonde ancor prima di essere formalizzata. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il negoziatore capo Mohammad Baqer Qalibaf hanno dichiarato che il memorandum prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano, e che la permanenza delle forze israeliane nel sud del Paese costituirebbe una violazione dell’accordo. Da Washington, tuttavia, fonti ufficiali anonime filtrano una versione opposta: l’intesa non imporrebbe alcun ritiro israeliano. Questa divergenza interpretativa, lungi dall’essere un dettaglio tecnico, tocca il cuore politico dell’intera architettura diplomatica.
Sul terreno, la realtà è quella di una tregua violata quotidianamente. Martedì 16 giugno raid israeliani con droni hanno ucciso almeno quattro persone nei villaggi di Mayfadoun e Shukein, nella regione di Nabatiyé, mentre Tel Aviv riferiva di aver intercettato razzi lanciati da Hezbollah contro i propri soldati. Il comando centrale iraniano Khatam al-Anbiya ha quantificato in ottantaquattro le violazioni israeliane del cessate il fuoco in due giorni, minacciando una «risposta severa» se gli attacchi non cesseranno. Hezbollah, dal canto suo, ha fatto sapere tramite Reuters di aver ricevuto assicurazioni da Teheran: nessun accordo nucleare definitivo sarà firmato senza il ritiro israeliano dal Libano.
La distanza tra le capitali si misura anche nelle dichiarazioni dei leader. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che l’esercito resterà nel Libano meridionale «finché sarà necessario», mentre il presidente americano Donald Trump, interpellato sulla questione, si è limitato a un laconico «vedremo». Negli ambienti diplomatici europei e a Bruxelles si osserva con crescente apprensione il rischio di un collasso del quadro negoziale. Per l’Italia, che guida il contingente UNIFIL nel sud del Libano con oltre mille militari, un ritorno alla guerra aperta significherebbe l’esposizione diretta dei propri peacekeeper a un conflitto sempre più asimmetrico, oltre a ripercussioni immediate sui flussi migratori e sulla sicurezza energetica del Mediterraneo allargato.
Dietro la disputa lessicale si cela un nodo strategico. L’amministrazione americana ha concepito l’intesa con l’Iran come un binario bilaterale, centrato sul programma nucleare e su un allentamento delle sanzioni, mentre Teheran lo interpreta come un accordo di descalation regionale che deve includere il fronte libanese. La firma dell’accordo finale, prevista per venerdì, appare ora subordinata alla capacità delle parti di colmare questo scarto. Se Washington non riuscirà a offrire garanzie credibili sul ritiro israeliano – o se Israele continuerà a operare militarmente ignorando il quadro – l’intero edificio diplomatico potrebbe sgretolarsi, restituendo il Levante a una spirale di violenza di cui l’Europa meridionale sarebbe la prima retroguardia.
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L'Iran insiste che la pace con Washington dipende dal ritiro israeliano dal Libano, condizione che Israele respinge, rischiando di far fallire l'accordo e riaccendere il conflitto totale.
Regna l'incertezza sul fatto che il ritiro israeliano dal Libano sia un vero prerequisito dell'accordo Iran-USA; fonti danno versioni contrastanti, mentre Israele ribadisce che resterà finché necessario e si segnalano nuovi attacchi.
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