
Trump invierà l’accordo con l’Iran al Congresso: svolta al G7 tra scetticismo e speranze
Il presidente americano cede alle pressioni dei repubblicani e promette trasparenza sul memorandum che ha fermato la guerra, mentre l’Europa osserva con cautela la riapertura di Hormuz.
Dal vertice del G7 di Évian-les-Bains, Donald Trump ha compiuto un’inversione a sorpresa, annunciando che invierà al Congresso il memorandum d’intesa con l’Iran per una revisione formale. «Non ci avevo mai pensato, ma lo farò. Mi piace l’idea», ha dichiarato il presidente americano, cedendo alle pressioni di senatori repubblicani che reclamavano un voto su un’intesa capace di ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. L’accordo provvisorio, firmato domenica e atteso per una cerimonia ufficiale venerdì in Svizzera, prolunga di sessanta giorni il fragile cessate il fuoco in vigore da aprile, riapre al traffico commerciale lo Stretto di Hormuz – via cruciale per il petrolio diretto in Europa e in Italia – e avvia negoziati su uranio arricchito, sanzioni e smilitarizzazione della via d’acqua.
Sul fronte interno americano, lo smarrimento del Congresso era palpabile. Il capo della maggioranza al Senato, John Thune, ha ammesso che perfino i legislatori che seguono i dossier di intelligence «non sanno quasi nulla» dei dettagli. Colleghi come John Kennedy e Bill Cassidy hanno subito incalzato: se l’intesa finale avrà natura di trattato, dovrà passare per il voto del Senato. Trump ha rassicurato che il testo «dice chiaramente che l’Iran non avrà mai un’arma nucleare», e il vicepresidente JD Vance ha ribadito che Teheran «non avrà più capacità nucleare». Il presidente ha inoltre rivelato che forze americane hanno distrutto un sito iraniano contenente «polvere nucleare», un dettaglio che alza il velo sulla durezza dei bombardamenti iniziati il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele colpirono l’Iran scatenando un conflitto costato migliaia di vite e forti turbolenze economiche globali.
Osservatori europei e mediorientali seguono con un misto di sollievo e diffidenza. A Bruxelles si valuta positivamente la riapertura di Hormuz, vitale per le raffinerie italiane e per la stabilità dei prezzi energetici, ma si attende chiarezza sui quattordici punti del memorandum. Dalla regione del Golfo, Doha viene elogiata da Trump come mediatrice «coraggiosa», mentre Teheran continua a rivendicare la natura pacifica del proprio programma atomico. Analisti del mondo arabo sottolineano che la tregua resta precaria e che la fase negoziale sarà tutt’altro che «più facile», come invece sostenuto da Trump.
La strada verso un trattato definitivo è lastricata di incognite. I sessanta giorni di colloqui dovranno sciogliere nodi tecnici e politici, dalla verifica internazionale sull’arricchimento dell’uranio alla rimozione delle sanzioni, fino al ruolo del Congresso americano, che potrebbe trasformarsi da spettatore a arbitro. Per l’Italia e l’Europa, la posta in gioco è duplice: garantire la libertà di navigazione in Hormuz senza dazi occulti e scongiurare una nuova escalation che vanificherebbe la fragile architettura diplomatica costruita al G7. L’ottimismo di Trump si scontra con lo scetticismo di molti, ma per la prima volta da mesi la diplomazia sembra aver guadagnato un varco.
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I senatori repubblicani chiedono con insistenza il testo dell'accordo con l'Iran, ma restano all'oscuro dei dettagli. Trump accetta di sottoporlo al voto del Congresso, mentre persiste un forte scetticismo sulla reale portata dell'intesa.
Trump si impegna a presentare l'accordo al Congresso e a renderne noti i termini, mentre il vicepresidente Vance assicura che l'Iran non avrà capacità nucleare. L'intesa è vista come un passo decisivo per impedire a Teheran di dotarsi di armi atomiche.
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