
Stati Uniti e Iran di nuovo ai ferri corti: la tregua di Hormuz appesa a un filo
Nuovi bombardamenti americani e ritorsioni iraniane su Kuwait e Bahrein minacciano la fragile intesa, mentre il controllo dello Stretto di Hormuz divide Teheran e Washington.
L’ennesimo scambio di colpi tra Stati Uniti e Iran ha riacceso nella notte fra sabato e domenica la miccia di un conflitto che solo due settimane fa sembrava avviato a un faticoso raffreddamento. Il Comando centrale americano (Centcom) ha colpito dieci obiettivi militari iraniani nell’area dello Stretto di Hormuz in risposta all’attacco con drone attribuito a Teheran contro la petroliera panamense M/T Kiku. Poche ore dopo la Guardia rivoluzionaria iraniana ha rivendicato il lancio di missili balistici e droni contro infrastrutture militari statunitensi in Kuwait e Bahrein – la base aerea Ali al-Salem e gli impianti della Quinta Flotta a Porto Salman – danneggiando anche un edificio residenziale nei pressi dell’aeroporto di Manama. Secondo il Kuwait, due missili balistici sono stati intercettati senza causare vittime; nessun soldato americano è rimasto ferito, ma la dinamica ha fatto suonare per due volte le sirene d’allarme in Bahrein, che ha immediatamente chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Entrambe le parti si accusano reciprocamente di aver violato il memorandum d’intesa firmato il 17 giugno sotto la mediazione del Pakistan. Per Washington, l’azione è una “risposta diretta alla continua aggressione iraniana contro la navigazione commerciale”: già giovedì un cargo singaporiano, il Ever Lovely, era stato colpito da Teheran con la motivazione di aver utilizzato una rotta non autorizzata. Il presidente Donald Trump, su Truth Social, ha minacciato di “completare militarmente l’opera” e ha aggiunto che in quel caso “la Repubblica islamica dell’Iran cesserà di esistere”. Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in visita a Baghdad, ha ribadito che la gestione del traffico nello Stretto di Hormuz spetta esclusivamente alla Repubblica islamica e che qualsiasi tentativo di imporre corridoi alternativi – come quello patrocinato dalla marina americana a ridosso delle coste omanite – “non farà che aumentare le tensioni e ritardare la riapertura del canale”.
La radice dello scontro è tecnica ma carica di conseguenze globali. Il memorandum di Islamabad, inteso come tregua di sessanta giorni per negoziare un accordo definitivo su nucleare, sanzioni e sicurezza regionale, tace sulla governance della via d’acqua. L’Iran, forte del controllo territoriale, vorrebbe imporre un corridoio settentrionale sotto la propria supervisione e non esclude l’introduzione di pedaggi; gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo considerano Hormuz uno stretto internazionale e sostengono una rotta meridionale, ora ampliata anche per il traffico bidirezionale. Dietro questa disputa si cela l’equilibrio energetico mondiale: prima del conflitto, circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto globale transitava da quelle acque. Per l’Italia e l’Europa, ogni interruzione prolungata significherebbe nuovi rincari e il ritorno di uno spettro inflattivo che le economie del continente non possono permettersi mentre faticano a consolidare la transizione energetica.
La tensione ha già prodotto un primo effetto diplomatico: secondo fonti vicine al dossier, il secondo round di colloqui previsto per questo fine settimana in Svizzera sarebbe saltato, mettendo a repentaglio l’intera architettura negoziale. Parallelamente, il fronte libanese resta instabile: nonostante l’intesa preliminare fra Israele e Libano del 26 giugno, raid israeliani hanno colpito miliziani di Hezbollah nel sud del Paese, complicando il quadro per l’Iran, che lega la tenuta della propria tregua alla fine delle ostilità in Libano. Il Bahrein ha definito gli attacchi iraniani “un’escalation pericolosa che rivela un approccio deliberato e un modello di aggressione sistematica”, mentre Teheran avverte che la violazione del cessate il fuoco porterà a “un’interruzione completa di tutti i processi diplomatici”. Con il Consiglio di sicurezza dell’Onu chiamato a pronunciarsi e la scadenza dei sessanta giorni che si avvicina, la regione si trova oggi più lontana da quella normalizzazione che l’intesa di Islamabad aveva promesso.
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Stati Uniti e Iran hanno ripreso i colpi di scambio, mettendo a dura prova la fragile tregua. L'attenzione è sulle ripercussioni diplomatiche, con i colloqui previsti per questa settimana ora in pericolo. Il tono è misurato ma preoccupato per il collasso del cessate il fuoco.
I media russi sottolineano le reciproche accuse e minacce, enfatizzando l'avvertimento di Trump che l'Iran 'cesserà di esistere' se violerà la tregua. La narrazione è drammatica, rappresentando lo scambio come una pericolosa escalation che potrebbe degenerare in una guerra su vasta scala. La tregua è descritta come appesa a un filo.
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