
Soglie fiscali e credibilità amministrativa: il nuovo cantiere delle riforme tra Brasile, Bangladesh e Tanzania
Mentre Brasilia e Dacca alzano i tetti di reddito per microimprenditori e lavoratori, Dar es Salaam punta sulla rapidità dei rimborsi IVA per attrarre investimenti.
In tre continenti diversi, i governi stanno ricalibrando l’architettura fiscale attorno a un perno comune: alleggerire la pressione su piccole imprese e contribuenti individuali senza rinunciare al consolidamento dei conti pubblici. Il dato che modifica lo stato delle cose è duplice. In Brasile, l’esecutivo ha ceduto alla pressione del Congresso e si appresta a inviare un progetto di legge che innalza il tetto di fatturamento annuale per i microimprenditori individuali (MEI) dagli attuali 81.000 reais a una forbice tra 130.000 e 140.000 reais, con un’entrata in vigore scaglionata fino al 2028. In Bangladesh, il bilancio 2026-27 in via di approvazione porta la soglia di reddito esentasse da 350.000 a 400.000 taka, un incremento di 50.000 taka in un solo esercizio, mentre il governo fa marcia indietro sull’introduzione di un’IVA unica per i dettaglianti al minuto.
Il meccanismo che accomuna le due misure è la volontà di evitare che soglie rimaste ferme per anni diventino una barriera alla crescita o un incentivo all’informalità. In Brasile, il limite congelato spingeva molti autonomi a occultare ricavi pur di non essere sbalzati nel regime del Simples Nacional, dove le aliquote progressive sono sensibilmente più alte. L’adeguamento, negoziato con il relatore alla Camera Jorge Goetten, include anche la possibilità di assumere due dipendenti anziché uno. Resta invece irrisolta la partita sull’estensione della rivalutazione a tutte le fasce del Simples Nacional, che secondo il Ministero delle Finanze comporterebbe una rinuncia fiscale di circa 50 miliardi di reais l’anno, giudicata insostenibile.
A Dacca, il dibattito parlamentare ha mostrato una dinamica speculare. Il primo ministro Tarique Rahman ha proposto di alzare ulteriormente la soglia esentasse fino a 500.000 taka nel 2030-31 e di eliminare l’obbligo del codice fiscale (TIN) per l’apertura di conti correnti bancari, mentre il leader dell’opposizione Shafiqur Rahman ha paragonato il Parlamento a un veicolo a due ruote, avvertendo che indebolire l’opposizione significa fermare l’intero sistema. La retromarcia sull’IVA al dettaglio risponde alle proteste delle associazioni di categoria, che temevano nuove forme di harassment amministrativo.
In Tanzania, la riforma silenziosa inserita nel bilancio 2026-27 opera su un registro diverso ma complementare. Non si toccano soglie, ma si introduce l’obbligo di rimborsare l’IVA a credito entro trenta giorni, con interessi di mora a carico dello Stato in caso di ritardo. Per anni, i rimborsi arretrati – che nel 2025 avevano raggiunto circa 650 milioni di dollari – hanno agito come una tassa occulta su esportatori e manifatturieri, drenando capitale circolante. La nuova norma, accolta con favore dalle associazioni imprenditoriali locali, trasforma una prassi amministrativa in un diritto esigibile, riducendo il costo reale del fare impresa e segnalando agli investitori una maggiore prevedibilità.
Il prossimo passaggio concreto sarà, per il Brasile, il voto in plenaria previsto nella seconda settimana di luglio, prima della pausa parlamentare; per il Bangladesh, l’approvazione definitiva della legge finanziaria in queste ore; per la Tanzania, l’entrata in vigore delle nuove norme sui rimborsi con l’inizio dell’anno fiscale. Tre cantieri distinti che misurano la stessa scommessa: rendere il fisco non solo più equo, ma anche più funzionale alla crescita.
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Il bilancio della Tanzania include una riforma silenziosa ma significativa dei rimborsi IVA, che potrebbe trasformare il clima degli investimenti. Mentre i titoli si concentrano sulle grandi cifre di spesa, questo cambiamento tecnico risolve un attrito di lunga data per le imprese. La riforma si inserisce in una tendenza globale di alleggerimento del carico fiscale sui piccoli imprenditori.
Il governo brasiliano cede alle pressioni per innalzare il tetto di fatturato annuo dei microimprenditori individuali (MEI) fino a 140.000 reais. La misura, che sarà introdotta gradualmente entro il 2028, potrebbe costare 50 miliardi di reais in rinunce fiscali. Se da un lato offre sollievo ai piccoli imprenditori, dall'altro solleva preoccupazioni sulla sostenibilità fiscale.
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