
Scaloni frena l’euforia: “Capo Verde non è un caso”, De Paul trasforma Miami in una finale
Nella conferenza stampa alla vigilia dei sedicesimi, il ct argentino esalta il percorso degli africani e il centrocampista carica l’ambiente: “Per me è l’ultima partita”.
La sala stampa dell’Hard Rock Stadium di Miami è stata chiusa a chiave, gremita oltre ogni limite, mentre Lionel Scaloni e Rodrigo De Paul prendevano posto davanti ai microfoni. A ventiquattr’ore dal primo dentro-o-fuori del Mondiale 2026, l’Argentina campione in carica ha scelto di blindare la concentrazione, trasformando la vigilia contro Capo Verde in un manifesto di rispetto e fame competitiva. Scaloni, alla sua centesima panchina con l’Albiceleste, ha aperto con un avvertimento che ha gelato ogni pronostico: “Il margine si restringe, chi perde torna a casa. Non sarà facile”.
Il tecnico ha poi smontato pezzo per pezzo l’etichetta di sorpresa attribuita agli avversari. Secondo l’analisi diffusa negli ambienti sudamericani, Capo Verde – arcipelago di poco più di mezzo milione di abitanti alla prima esperienza iridata – ha costruito la qualificazione con tre pareggi nel girone, incluso uno contro la Spagna, mostrando un’identità tattica precisa. “È una squadra che non ha mai perso, si difende bene, chiude i corridoi centrali e riparte con giocatori di buon piede. Non sono qui per caso, li rispetteremo”, ha dichiarato Scaloni, rivelando che lo staff seguiva già gli africani come possibile rivale. Parole che, lette da osservatori europei, suonano come un tentativo di blindare il gruppo da qualsiasi rilassamento, in un torneo dove le distanze tra big e outsider si sono assottigliate.
Rodrigo De Paul ha rilanciato il messaggio con una confessione che ha acceso la narrazione argentina: “Per me la partita di domani è l’ultima. La prendo così e lascerò tutto perché non lo sia”. Il centrocampista dell’Atlético Madrid, novanta presenze nel ciclo Scaloni, ha spiegato che il gruppo conserva “la stessa fame del Qatar”, ma ha evitato ogni speculazione sul futuro di Lionel Messi, limitandosi a definirlo “il migliore della storia” e a sottolineare la necessità di “dargli gli strumenti per brillare”. Dallo spogliatoio albiceleste, filtra la convinzione che l’esperienza accumulata serva a gestire le emozioni, non a spegnerle.
Dall’altra parte, il commissario tecnico capoverdiano Pedro “Bubista” Leitão ha ribadito la serenità di chi “è arrivato qui per merito” e ha definito la sfida “la partita della nostra vita”, senza timori reverenziali verso Messi e compagni. Una prospettiva che i media africani hanno rilanciato come il coronamento di un percorso storico, pur consapevoli della difficoltà di tenere la concentrazione nei finali di gara, tallone d’Achille ricorrente per le selezioni del continente.
Scaloni ha infine allargato lo sguardo al quadro generale del torneo, indicando in Francia e Brasile le formazioni più attrezzate, ma citando anche Messico, Colombia, Spagna, Portogallo e Inghilterra. Una critica è stata riservata all’orario del match, fissato per le 18 locali sotto il caldo umido della Florida: “Per lo spettacolo sarebbe stato meglio giocare di sera, come la finale di Copa América. Ma ci adatteremo”. L’Argentina si presenta con Messi capocannoniere a quota sei reti e un attacco che Scaloni vorrebbe più distribuito, mentre l’unico dubbio di formazione riguarda la fascia sinistra e il partner d’attacco accanto al capitano.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Capo Verde, piccola nazione insulare, ha quasi sconfitto la campionessa in carica Argentina, dimostrando che le dimensioni non contano. La squadra ha guadagnato rispetto mondiale ed è un'ispirazione per altri piccoli paesi.
Solo due squadre africane sono avanzate agli ottavi, un risultato deludente per il continente. Il quasi colpo di scena di Capo Verde è solo un dato in una narrazione più ampia di sottoperformance africana.
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