
Ryan Fox vince l’Open Championship: il birdie al 18 che scrive la storia
Il neozelandese, a 39 anni, conquista il primo major in carriera con un putt decisivo sull’ultima buca di Royal Birkdale, superando l’americano Cameron Young e la resistenza di un campo implacabile.
L’ultimo giro di Royal Birkdale aveva già consumato le speranze di mezza America quando Ryan Fox, figlio di una leggenda degli All Blacks, ha trovato il colpo della vita. Sul tee della buca 18, la più difficile del campo, il neozelandese era in parità con il clubhouse leader Cameron Young, autore di un 64 che aveva fissato il bersaglio a -9. Fox ha spedito il drive al centro del fairway, poi ha disegnato un ferro preciso a tre metri e mezzo dalla bandiera. Il putt, rotolato dolcemente in buca, ha scatenato l’esultanza e ha reso Fox il secondo vincitore neozelandese dell’Open Championship dopo Sir Bob Charles nel 1963.
La domenica del Southport era iniziata sotto il segno di Sam Burns, leader dopo tre giri e subito a -11 con un birdie alla 2. Ma il percorso, indurito dal vento e dai green sferzati dal sole, ha ribaltato ogni gerarchia. Burns ha infilato tre bogey consecutivi tra la 4 e la 6, perdendo il controllo del torneo. Nel frattempo, Young – partito da sette colpi di ritardo – ha infilato un front nine da 29 (-6) e ha raggiunto la vetta, salvo incappare in un bogey alla 18 che lo ha lasciato inerme ad attendere. Fox, invece, ha navigato con una pazienza da veterano: dopo due birdie tra la 13 e la 14, ha subito un bogey sfortunato alla 15, quando la palla si è incastrata sotto il labbro di un bunker. Ha incassato e replicato subito con un birdie alla 16, poi ha mancato l’opportunità sul par 5 della 17, rimandando tutto all’ultima buca. Solo tre giocatori tra gli ultimi dodici gruppi hanno chiuso sotto il par – un dato che, nell’analisi degli osservatori europei, conferma la natura spietata dei links britannici quando il meteo decide di fare la differenza.
All’età di 39 anni, Ryan Fox incarna il prototipo del giocatore maturato tardi. Fino a ieri poteva vantare un 16° posto come miglior risultato in un major e un successo di prestigio nel BMW PGA Championship 2023. Il suo 62 del sabato, che eguaglia il record per il punteggio più basso nella storia dei major, lo aveva proiettato nell’ultimo pairing. «Non so cosa pensare – ha dichiarato dopo la premiazione – i miei figli mi avevano chiesto di portare a casa un trofeo. Questo è piuttosto bello». Intanto, il pomeriggio di Birkdale ha riacceso la polemica su Bryson DeChambeau, sanzionato con due colpi di penalità per aver calpestato l’erba alta migliorando la propria linea di swing. Rory McIlroy, mai in corsa e chiuso a -1, non ha usato mezzi termini: «Non sono un suo fan. Credo che molto di quello che fa sia performativo, una ricerca di attenzione». Una tensione che, secondo la stampa anglosassone, aggiunge pepe alla rivalità e conferma come l’Open sappia mettere a nudo non solo la tecnica ma anche il carattere.
Per Fox, il titolo di Champion Golfer of the Year corona una carriera che sembrava destinata a restare nell’ombra di imprese altrui. In Nuova Zelanda, la notte ha viaggiato su frequenze parallele: Grant Fox, il mitico mediano d’apertura campione del mondo di rugby nel 1987, ha ricevuto la prima chiamata del figlio dal green della gloria. Una storia di sangue freddo e di famiglia che ora illumina il golf internazionale, mentre gli americani – da Young a Burns, passando per un deludente Scottie Scheffler – tornano a masticare amaro.
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.30 | aligned |
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| Stampa europea continentale | −0.10 | neutral |
| Stampa latinoamericana | +0.50 | aligned |
Il trionfo di Ryan Fox dimostra che la perseveranza è ricompensata, ma il golf americano deve fare i conti con le proprie debolezze.
Si contrappone la calma di Fox al crollo dei contendenti statunitensi, personificando gli Stati Uniti come un unico soggetto deluso.
Viene omesso il punto di vista europeo, in particolare la delusione di Åberg, per concentrarsi sulla narrazione del confronto Fox-USA.
Åberg ha avuto le chance ma i putt non sono entrati; il suo gioco solido non è bastato per competere al vertice.
Si adotta un tono distaccato e tecnico, descrivendo numericamente la prestazione di Åberg per spiegare il mancato successo senza drammatizzare.
La celebrazione della vittoria di Fox e la delusione degli americani vengono tralasciate per mantenere il focus esclusivo su Åberg.
Fox ha dimostrato di essere un campione, realizzando il birdie più importante della sua carriera in un finale da brividi.
Si enfatizza la drammaticità del finale, descrivendo il putt come un atto di eroismo sportivo, con linguaggio vivido e partecipativo.
Vengono trascurati i dettagli sulle difficoltà degli altri contendenti e l'analisi tecnica del campo, per esaltare la sola impresa del vincitore.
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