
Robot umanoidi e pensiero preconfezionato: la doppia sfida dell'intelligenza artificiale
Mentre la Cina addestra robot a interagire con il mondo fisico, il trasferimento della memoria alla nuvola e l'omologazione culturale impongono a Italia ed Europa una riflessione su equità e pensiero critico.
A Pechino e in altri centri cinesi decine di robot umanoidi passano ore ad afferrare oggetti, aprire porte o camminare su superfici irregolari, assistiti da operatori umani che registrano ogni movimento per trasformarlo in dati di addestramento. Non è intelligenza artificiale confinata ai server: è il tentativo di insegnare a macchine bipedi a muoversi in ambienti progettati per le persone, con l’obiettivo di inserirle in fabbriche, magazzini e ospedali. È la corsa all’IA incarnata, che secondo gli analisti di Shanghai rappresenta la prossima ondata di automazione, e che ridefinisce il confine tra software e interazione fisica.
Nel frattempo, però, le ricerche neuroscientifiche descrivono un altro processo: la delega crescente delle funzioni mnemoniche e decisionali agli algoritmi, nota come “effetto Google”, starebbe riconfigurando i circuiti cerebrali. Studi di risonanza magnetica, per quanto su campioni limitati, suggeriscono che il cervello tende a ricordare dove trovare un’informazione piuttosto che l’informazione stessa, trasformandosi da magazzino di dati a processore di flussi. È un’estensione della mente, ipotizzata già nel 1998 dai filosofi Andy Clark e David Chalmers, che oggi diventa infrastruttura cognitiva distribuita: non più semplice strumento, ma assistente permanente che interpreta, sintetizza e decide per noi.
Tale dipendenza cognitiva non è neutrale né uniforme. Ricercatori arabi e nordafricani segnalano il rischio di un appiattimento culturale: le grandi basi dati digitali sottorappresentano le tradizioni orali, i manoscritti non digitalizzati, le lingue e i dialetti locali. Quanto più ci affidiamo a risposte preconfezionate dalle macchine, tanto più il patrimonio di società come quelle maghrebine rischia di scomparire dalla circolazione del sapere, proprio mentre strumenti di IA potrebbero ridurre le disuguaglianze educative in aree con scarse risorse. La vera frattura, da Tunisi a Bruxelles, è tra chi può addestrare e orientare queste tecnologie e chi ne subisce passivamente le priorità.
La storia, ricordano psicologi e filosofi, offre una prospettiva meno apocalittica: l’introduzione della scrittura fu accusata di indebolire la memoria, l’orologio meccanico trasformò il tempo da esperienza ciclica a risorsa da ottimizzare, e in entrambi i casi l’umanità si è riorganizzata senza perdere la propria essenza. Il punto non è se l’IA cambierà il nostro modo di pensare, ma secondo quali regole e con quale distribuzione dei benefici. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il prossimo snodo concreto sarà l’entrata in vigore del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, con i suoi obblighi di trasparenza e le valutazioni d’impatto, che entrerà in applicazione graduale a partire dal 2025.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Un individuo esprime terrore esistenziale: l'IA minaccia occupazione, democrazia e futuro del pianeta, guidata da un pugno di miliardari fuori controllo.
Lo sguardo è sugli sviluppi concreti: la Cina addestra robot umanoidi a compiti reali, mentre l'‘effetto Google’ trasforma la memoria in processore cognitivo, in una simbiosi irreversibile descritta con distacco analitico.
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