
Riprendono i flussi di dollari verso l’Iraq, mentre Baghdad avvia una maxi-operazione anticorruzione
La ripresa dei trasferimenti, sospesi in aprile per pressioni su Teheran, coincide con arresti di massa e un buco da duemila miliardi nei conti pubblici iracheni.
Gli Stati Uniti hanno ripreso l’invio di alcune partite di dollari in contanti verso l’Iraq, dopo una sospensione di diversi mesi decisa dall’amministrazione Trump per fare pressione su Baghdad affinché prendesse le distanze dall’Iran. Lo hanno confermato il portavoce del primo ministro iracheno Ali al-Zaidi e il suo consigliere finanziario, precisando che «il problema è stato risolto». Tuttavia, secondo un funzionario iracheno rimasto anonimo, restano congelate la cooperazione e i finanziamenti ai servizi di sicurezza iracheni, sospesi in aprile insieme al blocco dei proventi delle vendite di petrolio. La mossa di Washington, descritta da fonti curde come una risposta al contrabbando di valuta da parte di milizie filo-iraniane, aveva rappresentato una rottura senza precedenti in un’alleanza storica.
La ripresa dei flussi di dollari si intreccia con una vasta campagna anticorruzione lanciata dal nuovo premier al-Zaidi, insediatosi a fine aprile. Secondo il consigliere Munir Haddad, dal 2003 la corruzione è costata all’erario iracheno oltre duemila miliardi di dollari. Negli ultimi giorni sono state arrestate 47 persone tra funzionari, deputati e uomini d’affari; in un caso sono stati trovati 15 milioni di dollari in contanti nell’abitazione di una parlamentare, in un altro 4 milioni a bordo di un veicolo. Le autorità di Baghdad hanno reso noti i nomi dei fermati, che includono esponenti sia sciiti sia sunniti, e hanno annunciato processi pubblici. L’operazione, che ha toccato anche il quartiere diplomatico della capitale, è letta da analisti mediorientali come un tentativo di consolidare il potere del premier, riconquistare la fiducia degli Stati Uniti e dimostrare la capacità di gestire in modo trasparente eventuali investimenti americani.
Nell’ottica di Washington, la pressione finanziaria e securitaria serviva a indurre Baghdad a contenere le milizie legate all’Iran, responsabili di attacchi intermittenti contro obiettivi statunitensi nel paese, tra cui l’ambasciata a Baghdad e il consolato nel Kurdistan iracheno. La sospensione di aprile aveva bloccato una spedizione da circa 500 milioni di dollari e congelato i fondi delle vendite petrolifere irachene depositate presso la Federal Reserve di New York. Nuove regole bancarie internazionali, concordate tra Stati Uniti e Iraq, mirano ora a garantire maggiore trasparenza nei trasferimenti giornalieri dal conto della banca centrale irachena, per impedire che i dollari finiscano a criminali, riciclatori e gruppi armati attivi nei paesi vicini, Iran compreso. La campagna anticorruzione, in questo quadro, offrirebbe ad al-Zaidi uno strumento per rispondere alle richieste americane senza apparire subalterno, colpendo reti clientelari trasversali e rassicurando al contempo l’opinione pubblica interna, provata da un’inflazione crescente.
Per l’Europa e l’Italia, la stabilità irachena ha riflessi diretti sulla sicurezza energetica e sui flussi migratori. Un Iraq più trasparente e meno permeabile ai traffici illeciti potrebbe favorire gli investimenti europei, in particolare nel settore energetico, e ridurre i rischi di instabilità regionale. Resta tuttavia aperto il capitolo della cooperazione di sicurezza con Washington, il cui sblocco è condizionato a passi concreti contro le milizie filo-iraniane. Le prossime settimane diranno se gli arresti annunciati da Baghdad si tradurranno in condanne e in un effettivo riassetto dei rapporti di forza interni, mentre proseguono le indagini su uno scandalo che ha lambito anche le Nazioni Unite: nel 2024 un’inchiesta del Guardian rivelò che funzionari ONU in Iraq avevano chiesto tangenti fino al 15% del valore dei contratti per la ricostruzione.
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Gli Stati Uniti hanno ripreso i trasferimenti di dollari verso l'Iraq dopo una sospensione durata mesi, volta a fare pressione su Baghdad affinché prendesse le distanze dall'Iran. La decisione riflette un ricalibramento pragmatico della relazione bilaterale, con funzionari iracheni che confermano la ripresa delle spedizioni. La mossa segue i passi iracheni per limitare l'influenza iraniana, anche se la portata completa della campagna anticorruzione resta poco chiara.
Il bilancio iracheno ha perso più di duemila miliardi di dollari dal 2003 a causa della corruzione sistemica, con decine di alti funzionari e parlamentari arrestati di recente. La portata del saccheggio è sbalorditiva: la moglie di un detenuto ha acquistato un appartamento da cinquanta milioni di dollari, mentre diversi funzionari possedevano oltre cinquanta immobili ciascuno. La ripresa dei trasferimenti di dollari statunitensi è una nota a margine di questo saccheggio pluridecennale delle risorse statali, che alimenta un profondo scetticismo su qualsiasi reale inversione di tendenza nella lotta alla corruzione.
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