
Nello Studio Ovale, Trump sfoglia un libro per bambini e parla di sé
Ospite del podcast della Second Lady Usha Vance, il presidente abbandona la fiaba per commentare i predecessori, il proprio peso e l’idea di una rimpatriata presidenziale.
C’è un’aquila calva di peluche appoggiata accanto al gomito, pile di libri sovradimensionati fanno da tavolino e un mappamondo di mattoncini Lego decora lo Studio Ovale. In questo teatrino domestico allestito per l’infanzia, la Second Lady Usha Vance porge a Donald Trump il libro illustrato «Presidents Play!» e gli chiede se, tra gli impegni della presidenza, trovi mai il tempo di leggere per piacere. L’ottantenne presidente solleva lo sguardo e risponde con una frase che diventerà il fulcro dell’intera puntata: «Finisco per leggere soprattutto giornali. Di solito leggo storie su me stesso».
L’episodio, registrato a metà giugno e diffuso il 3 luglio 2026 alla vigilia del Duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza, doveva essere una lettura per bambini. Invece, non appena sfoglia le prime pagine, Trump abbandona il testo e trasforma il podcast «Storytime with the Second Lady» in un monologo a ruota libera. John F. Kennedy è «il secondo presidente più bello» – senza specificare il primo –, William Howard Taft «il più pesante» e lui stesso deve stare attento a non superarne il record. Poi sfilano Lyndon Johnson «un osso duro», Ronald Reagan «una persona di qualità», Bill Clinton «un bravo ragazzo» e Richard Nixon che «si è cacciato nei guai da solo». Barack Obama, raffigurato mentre gioca a basket, viene chiamato con il nome completo «Barack Hussein Obama» e liquidato con un «dubito che sia un buon giocatore». La lettura si trasforma in un varietà di aneddoti, battute sul costume da bagno che non indossa da tempo e sull’idea di invitare gli ex presidenti – Obama, Biden, i Bush – a guardare una partita di football alla Casa Bianca: «La stampa impazzirebbe».
Il podcast della consorte del vicepresidente J.D. Vance si inserisce in un filone ormai consolidato di comunicazione politica intima, che usa il libro per l’infanzia come veicolo di prossimità. Ma l’innesto trumpiano produce un cortocircuito: il format pensato per promuovere l’alfabetizzazione diventa l’ennesimo palcoscenico per l’autorappresentazione. La scelta del volume edito dalla White House Historical Association, con le illustrazioni dei passatempi presidenziali, offre al presidente l’occasione per un autoritratto involontario, in cui la storia dello Studio Ovale si piega alla cronaca del proprio corpo e del proprio mito.
Sui social network, la reazione è immediata e polarizzata. «Forse non fate leggere un pregiudicato ai bambini», scrive un utente; un altro ironizza: «Non ha mai letto niente, nemmeno i briefing registrati sono troppo per lui». La critica si mescola alla fascinazione per l’ennesima performance fuori copione, mentre il suggerimento di una rimpatriata presidenziale per il football viene letto da alcuni commentatori come una provocazione lanciata a un establishment che lo ha escluso dall’inaugurazione del centro presidenziale di Obama. In Italia e in Europa, dove la figura di Trump continua a essere osservata con un misto di distacco e apprensione, l’episodio alimenta il dibattito su quanto la comunicazione politica americana stia ridefinendo i confini tra pubblico e privato.
Resta l’immagine di un presidente che, con un libro per bambini tra le mani e un’aquila di peluche al fianco, indica l’ansa del Tiber Creek dove John Quincy Adams nuotava e annuncia: «Credo che ci stiamo costruendo sopra una bellissima sala da ballo». È il suo lascito architettonico, ma anche la sintesi di una presenza che trasforma ogni racconto in un racconto di sé.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −0.50 | critical |
| Stampa indiana e sudasiatica | +0.10 | neutral |
La trovata del podcast di Trump confonde il confine tra autoironia e auto-ossessione.
La polarizzazione politica interna viene usata per mostrare entrambe le letture opposte, insinuando che nessuna delle due sia completamente innocente.
La leadership americana è stata ridotta a una performance da cartone animato.
Il gesto viene caricaturato fino all'assurdo, negando ogni possibile lettura positiva e presentandolo come sintomo di decadenza sistemica.
Un ex presidente si concede un momento giocoso in un programma per ragazzi.
L'evento viene presentato come fatto di cronaca leggera, privo di implicazioni politiche, privilegiando l'aspetto umano e aneddotico.
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