
Attacco jihadista a Niamey e raid in Myanmar: violenza senza confini
Un commando legato ad al-Qaeda colpisce l’aeroporto della capitale nigerina, mentre la giunta birmana bombarda il Rakhine: due crisi che interrogano Europa e comunità internazionale.
All’alba di giovedì 18 giugno, un commando armato ha assaltato l’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey, facendo irruzione dall’ingresso principale a bordo di taxi e scatenando ore di scontri a fuoco con le forze di sicurezza. Il bilancio ufficiale diffuso dal ministero della Difesa nigerino parla di undici soldati e due civili uccisi, mentre ventidue assalitori sono stati neutralizzati e una ventina di sospetti fermati. La rivendicazione è giunta in serata dal Gruppo per il Sostegno dell’Islam e dei Musulmani (JNIM), formazione saheliana legata ad al-Qaeda, che ha parlato di «attacco suicida» contro lo scalo civile e la base aerea militare adiacente. Algeri ha immediatamente espresso «ferma condanna e profonda deplorazione», rinnovando il proprio sostegno al Niger e l’impegno a rafforzare la cooperazione bilaterale e regionale contro il terrorismo.
L’assalto si inserisce in un quadro di insicurezza crescente che attanaglia il Sahel centrale. A gennaio lo stesso aeroporto era stato preso di mira da un’offensiva rivendicata dallo Stato Islamico nel Sahel (EIS), respinta con l’aiuto di contractor russi alleati della giunta militare al potere dal colpo di Stato del 2023. L’aeroporto di Niamey non è soltanto la porta d’accesso alla capitale, ma ospita il quartier generale di una forza congiunta nigerino-burkinabé, il che lo rende un obiettivo altamente simbolico e strategico. Le autorità hanno assicurato che lo scalo è stato messo in sicurezza e resta operativo, mentre l’esercito conduce una vasta operazione di rastrellamento nei quartieri circostanti, dove migliaia di abitazioni abusive erano già state demolite dopo l’attacco di inizio anno.
A migliaia di chilometri di distanza, la stessa giornata ha registrato un’altra drammatica escalation: nello Stato birmano del Rakhine, al confine con il Bangladesh, caccia della giunta militare hanno sganciato nove ordigni sulla città di Kyauktaw, uccidendo almeno sette civili – tra cui un bambino – e ferendone quindici. Il raid aereo si inserisce in un’offensiva più ampia che il regime birmano ha intensificato dopo le elezioni parlamentari da esso organizzate lo scorso gennaio, nel tentativo di riguadagnare terreno contro l’Esercito dell’Arakan, la formazione separatista che controlla gran parte della regione.
Agli occhi degli analisti di Bruxelles, la simultaneità di queste crisi ripropone interrogativi urgenti per l’Europa. La destabilizzazione del Niger, già snodo cruciale nelle rotte migratorie verso il Mediterraneo, rischia di aggravare i flussi irregolari e di offrire nuovi spazi alle reti jihadiste transnazionali, mentre il sostegno italiano e francese alle iniziative di sicurezza regionale – dalla missione EUMPM Niger al coordinamento antiterrorismo – deve fare i conti con giunte militari diffidenti verso gli ex partner coloniali. Da Pechino, invece, si guarda con apprensione al fronte birmano: la Cina confina con il Rakhine e ha investito in corridoi energetici e infrastrutturali che attraversano il Myanmar, rendendo ogni fiammata di violenza una minaccia diretta alla stabilità delle proprie catene di approvvigionamento.
In entrambi i teatri, la risposta delle comunità regionali appare frammentata. L’Algeria ha ribadito la necessità di un fronte comune saheliano, ma la frattura tra i regimi militari dell’Alleanza degli Stati del Sahel e la CEDEAO ostacola un’azione coordinata. In Myanmar, l’ASEAN fatica a imporre il proprio consenso a cinque punti mentre la giunta prosegue le operazioni aeree. Per l’Italia e l’Europa, il moltiplicarsi di focolai che vanno dal Sahel al Sud-est asiatico impone una riflessione strategica: non si tratta più di crisi lontane, ma di tasselli di un disordine globale che bussa alle porte del Mediterraneo e ridisegna gli equilibri dell’Indo-Pacifico.
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Un attacco islamista all'aeroporto di Niamey ha causato la morte di 11 soldati e 2 civili, mentre 22 assalitori sono stati uccisi. L'episodio conferma la vulnerabilità delle giunte saheliane di fronte all'offensiva jihadista, già evidente in un analogo assalto a gennaio. La minaccia persiste nonostante le misure di sicurezza.
Uomini armati hanno assaltato l'aeroporto di Niamey, scatenando un intenso scontro a fuoco. Le forze di sicurezza hanno ucciso 22 terroristi, ma hanno perso 11 soldati e due civili. L'attacco riecheggia un raid di gennaio e sottolinea la persistente minaccia jihadista nella regione; alcuni resoconti menzionano il ruolo di alleati russi nel respingere assalti precedenti.
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