
Arabia Saudita, il presidente federale si dimette dopo l’eliminazione mondiale
Yasser Al-Misehal lascia dopo il pareggio con Capo Verde che condanna i sauditi all’ultimo posto nel girone, nonostante gli investimenti miliardari nel calcio.
La resa dei conti è arrivata con un pallone che non voleva entrare. Il pareggio a reti bianche contro Capo Verde, nell’ultima giornata del Gruppo H, ha spento ogni residua speranza dell’Arabia Saudita di superare la fase a gironi del Mondiale 2026. Poche ore dopo, il presidente della Federazione calcistica saudita, Yasser Al-Misehal, ha annunciato le dimissioni con un messaggio sui social: «Mi assumo la piena responsabilità. Il mancato accesso alla fase successiva è un risultato che non è all’altezza delle nostre ambizioni».
La campagna nordamericana dei “Falchi Verdi” si era aperta con un promettente 1-1 contro l’Uruguay, ma è deragliata nella seconda partita, un 4-0 subito dalla Spagna che ha messo a nudo fragilità difensive e limiti di personalità. Per qualificarsi agli ottavi, la squadra di Georgios Donis doveva battere Capo Verde, esordiente assoluto nella fase finale. Invece, lo 0-0 ha regalato proprio agli isolani il secondo posto nel girone e la storica qualificazione, lasciando i sauditi a fondo classifica con due soli punti, frutto di due pareggi e una sconfitta.
L’eliminazione assume contorni ancora più amari se letta alla luce dello sforzo economico senza precedenti compiuto dal regno. Negli ultimi anni, il governo di Riad ha riversato risorse enormi nel calcio: i club della Saudi Pro League hanno ingaggiato stelle come Cristiano Ronaldo, Karim Benzema e Neymar, mentre il paese si è assicurato l’organizzazione della Coppa d’Asia 2027 e, soprattutto, del Mondiale 2034. Secondo analisti del Golfo, proprio la prospettiva di ospitare la rassegna iridata ha reso ancora più cocente il fallimento sportivo, definito una «catastrofe» da diversi commentatori arabi.
A pesare sul rendimento della nazionale ha contribuito anche una scelta tecnica discussa: a meno di due mesi dall’inizio del torneo, la federazione ha esonerato il francese Hervé Renard, artefice della qualificazione, per affidare la panchina al greco Georgios Donis. Il cambio tardivo non ha prodotto la scossa sperata, e la squadra è apparsa priva di un’identità di gioco riconoscibile nei momenti decisivi.
Al-Misehal, in carica dal 2019 e figura centrale nella vittoriosa candidatura per il 2034, ha dichiarato di voler «lasciare spazio a una fase nuova» e ha annunciato l’avvio delle procedure per l’elezione di un nuovo consiglio direttivo. L’attenzione si sposta ora sulla Coppa d’Asia che l’Arabia Saudita ospiterà all’inizio del prossimo anno: un banco di prova immediato per misurare la capacità di reazione di un movimento che, nonostante le risorse, fatica a tradurre gli investimenti in risultati sul campo.
| Stampa del Golfo arabo | +0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | −0.50 | critical |
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
Il Golfo prende atto delle dimissioni come di un passaggio fisiologico in una federazione sportiva, sottolineando la volontà di rilancio e di investimento nel settore.
La notizia viene incorniciata in una narrazione di stabilità e continuità, minimizzando le implicazioni negative e spostando l'attenzione sulle prospettive future.
L'Iran giudica le dimissioni come la prova di un sistema sportivo corrotto e inefficiente, incapace di reggere il confronto internazionale.
Il singolo evento viene collegato a una critica sistemica del modello saudita, utilizzando il fallimento sportivo come metafora di debolezza strutturale.
L'America Latina registra l'accaduto come una normale notizia di sport, limitandosi a descrivere i fatti e le reazioni ufficiali.
La narrazione si mantiene aderente ai fatti, evitando interpretazioni o collegamenti con contesti più ampi, per non alterare la percezione del lettore.
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