
La tuta da 18 chili e il dio bambino: il ritorno di Maui in un oceano di pixel
A dieci anni dall'animazione, Disney ripropone 'Moana' in live-action con Dwayne Johnson fedele al personaggio e una messa in scena che divide la critica tra incanto e senso di déjà vu.
Per entrare nella pelle del semidio Maui, Dwayne Johnson ha sopportato ogni giorno di riprese un rituale di due ore e mezzo: una tuta prostetica da diciotto chilogrammi modellata sul suo corpo dal premio Oscar Joel Harlow, una parrucca che ricorda le foto patinate degli anni Ottanta e un trucco pensato per dare vita anche al tatuaggio animato che gli sussurra sulla pelle. «All'inizio si era pensato di ricreare tutto in effetti visivi», ha raccontato l'attore alla stampa indonesiana, «ma c'è una vicinanza emotiva diversa quando indossi davvero quel peso». Johnson, che già aveva prestato la voce al personaggio nel 2016, ha spiegato di essersi ispirato a suo nonno, il capo tribù samoano Peter Maivia, sepolto proprio alle Hawaii: «Questo ruolo è per lui».
Il film, diretto dall'esordiente Thomas Kail e in uscita in questi giorni nelle sale italiane, ripercorre con fedeltà quasi assoluta la storia dell'animazione originale: la giovane Moana (qui interpretata dall'esordiente australiana Catherine Laga'aia) lascia l'isola di Motunui per convincere Maui a restituire il cuore della dea Te Fiti e salvare il suo popolo dalla carestia. Le canzoni di Lin-Manuel Miranda sono le stesse, con l'aggiunta di un inedito, 'Along the Way', cantato nei titoli di coda anche da Auli'i Cravalho, la voce originale di Moana, che per questa versione ha scelto di restare dietro le quinte come produttrice esecutiva. La scelta di un cast di origine polinesiana è stata accolta come un gesto di coerenza culturale, mentre la fedeltà della sceneggiatura ha diviso: c'è chi, come i critici statunitensi, parla di «copia carbone» e chi, in America Latina, apprezza la confezione visiva e il carisma di Johnson, capace di regalare a Maui un'inedita tenerezza infantile.
La vera protagonista, tuttavia, è la tecnologia. Il mare – personaggio vivo nell'animazione – qui è un oceano digitale che, secondo diverse recensioni europee e asiatiche, fatica a restituire la magia dell'originale. Le sequenze oniriche con gli spiriti degli antenati sono state paragonate dalla stampa anglosassone a «animatroni della Casa Stregata», mentre il numero musicale 'You're Welcome' è stato descritto come «un assalto floreale da spot pubblicitario». Non tutto, però, è perduto: la critica portoghese salva la performance di Johnson, «un gigante che nuota a bracciate in ogni scena», e il quotidiano argentino La Nación elogia la riuscita trasposizione dei pirati Kakamora e del granchio Tamatoa, interpretato ancora una volta da Jemaine Clement.
L'operazione arriva in un momento di saturazione per il cinema per famiglie, con 'Toy Story 5' e 'Minions & Monsters' ancora in programmazione. Secondo gli analisti statunitensi, il film potrebbe aprire con un incasso tra i 60 e i 75 milioni di dollari nel weekend d'esordio, a fronte di un budget di 250 milioni. La scommessa di Disney è che il pubblico più giovane, che non ha visto l'originale al cinema, scopra Moana per la prima volta in questa veste. Ma la domanda che serpeggia tra gli addetti ai lavori, da Los Angeles a San Paolo, è se la nostalgia possa davvero riempire le sale quando il ricordo dell'animazione è ancora così vivido, a portata di clic su Disney+.
Alla fine, ciò che resta sullo schermo è l'immagine di un oceano che non si increspa mai per davvero, e di una ragazza che, in carne e ossa, cerca la stessa brezza che dieci anni fa gonfiava le vele disegnate a mano. Forse è proprio in quello scarto, tra il peso reale della tuta di Johnson e la leggerezza perduta dei pixel, che si gioca il destino di questa ennesima, fedelissima riscrittura.
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | +0.70 | aligned |
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
Le comunità polinesiane e i loro alleati rivendicano la rappresentazione ma mettono in guardia dallo sfruttamento commerciale.
Si appella all'autenticità culturale per legittimare la critica, contrapponendo l'orgoglio identitario alla logica di mercato.
Omette l'angolo positivo della celebrazione familiare della premiere e la narrazione personale della star.
La famiglia Johnson celebra il successo e l'unità familiare, ignorando le polemiche.
Personalizza la narrazione attorno a Dwayne Johnson, trasformando il film in un evento familiare per neutralizzare le critiche.
Omette completamente il dibattito critico sui remake e le questioni di rappresentazione.
I critici cinematografici europei denunciano la mancanza di originalità e la mercificazione della nostalgia.
Utilizza l'ironia e il confronto con l'originale per sminuire il remake, facendo leva sul prestigio culturale dell'animazione.
Omette l'angolo della rappresentazione e il legame ancestrale personale di Dwayne Johnson.
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