
L’Occidente alza il tiro contro la Cina: tra terre rare e dazi, l’Europa cerca una linea comune
Mentre il G7 fissa un tetto del 60% alle importazioni di terre rare, i leader Ue discutono nuovi strumenti di difesa commerciale, ma le divisioni interne frenano una risposta unitaria.
Due vertici ravvicinati – il G7 di Évian e il Consiglio europeo di Bruxelles – hanno segnato un punto di svolta nella postura occidentale verso la Cina. Per la prima volta i paesi industrializzati hanno tradotto in un obiettivo concreto la volontà di allentare la morsa di Pechino sulle materie prime critiche: entro il 2030 nessun fornitore singolo dovrà superare il 60% delle importazioni di terre rare e magneti permanenti, con l’ambizione di scendere rapidamente al 50%. È una sfida diretta a un mercato dove la quota cinese supera oggi il 90 per cento. In parallelo, i Ventisette hanno discusso per ore di «squilibri macroeconomici globali» – una circonlocuzione che tutti interpretano come il nodo dei rapporti commerciali con la Cina – e hanno incaricato la Commissione di ampliare gli strumenti di difesa industriale. Mai prima d’ora il linguaggio diplomatico era stato così esplicito nel prendere di mira il modello economico cinese.
I numeri spiegano l’urgenza. Il deficit commerciale dell’Unione con la Cina ha raggiunto i 360 miliardi di euro nel 2025, con una crescita annua del 15%, e potrebbe toccare i 500 miliardi entro il 2027. Settori cardine dell’industria europea – dalla chimica alla componentistica auto, dalle tecnologie verdi alla meccanica – subiscono quello che a Bruxelles viene ormai definito «China shock 2.0», con una stima di diecimila posti di lavoro persi ogni mese. La sovraccapacità produttiva alimentata da sussidi statali e una politica valutaria che deprime artificialmente il renminbi sono considerati fattori di concorrenza sleale. Sul fronte delle terre rare, la dipendenza è anche strategica: la Cina domina la separazione, la lavorazione e la produzione di magneti permanenti, anelli indispensabili per la transizione energetica e la difesa. Non a caso il Brasile ha letto la mossa del G7 come un’opportunità per negoziare investimenti in raffinazione e trasferimento tecnologico in cambio dell’accesso alle proprie riserve, mentre Pechino ha reagito accusando l’Occidente di creare «blocchi economici esclusivi».
La diagnosi è condivisa, la terapia no. La Germania, primo partner commerciale europeo della Cina, frena qualsiasi deriva conflittuale. Il cancelliere Friedrich Merz ha escluso quote obbligatorie e insiste perché eventuali nuovi strumenti siano «agnostici rispetto al paese», una formula che a molti appare come un ombrello protettivo per non irritare Pechino. Sul fronte opposto, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Svezia e Danimarca spingono per una linea più dura: Emmanuel Macron rilancia l’idea di un meccanismo simile alla Section 301 americana, mentre il premier lussemburghese Luc Frieden definisce gli squilibri commerciali una «minaccia esistenziale» per l’economia europea. Eppure lo stesso primo ministro belga Bart De Wever mette in guardia dal protezionismo, sostenendo che «difendersi non significa alzare dazi» e che la priorità è ridurre le dipendenze. La Commissione europea dovrebbe presentare le prime proposte in autunno, con ogni probabilità puntando su un uso più aggressivo degli strumenti già esistenti – antidumping, antisussidi, clausole di salvaguardia – piuttosto che su nuove barriere tariffarie.
Dietro la ricerca di una posizione comune si intravede una partita più ampia, che tocca l’autonomia strategica dell’Unione e la tenuta del suo modello economico. L’allargamento a Kiev e il bilancio pluriennale 2028-2034 – su cui Merz si scontra con almeno sedici paesi, Italia inclusa, che chiedono più risorse e nuovi debiti – complicano il quadro. La consapevolezza che ogni mese di esitazione costi posti di lavoro e capacità industriale convive con il timore di ritorsioni cinesi sulle forniture di materie prime, giudicate dolorose ma temporanee rispetto al declino strutturale. La sfida per l’Europa sarà trasformare l’urgenza in una strategia coerente, capace di combinare dialogo e deterrenza senza frantumarsi lungo le linee di interesse nazionale. Il 2030 è dietro l’angolo, ma Pechino sta già costruendo il futuro.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
2 gruppi editoriali · 3 lingue
L'Unione Europea si trova in una doppia crisi: da un lato, il modello economico cinese, con sussidi statali e concorrenza sleale, aggrava il deficit commerciale e minaccia le economie libere. Dall'altro, il braccio di ferro sul bilancio pluriennale, con la Germania che si oppone a nuovi debiti, rischia di paralizzare Bruxelles. I leader invocano una posizione comune e la fine dell'ingenuità, mentre il G7 cerca di ridurre la dipendenza dalle terre rare controllate da Pechino.
L'accordo del G7 sulle terre rare irrita la Cina, ma il Brasile coglie un'opportunità strategica. L'ala sviluppista del governo vede nella mossa una conferma della necessità di un maggiore potere statale di coordinamento sul settore. Il paese sta negoziando accordi con Stati Uniti, Unione Europea e Giappone, aumentando il proprio potere contrattuale nella riorganizzazione delle catene globali.
Articoli correlati
Scontro ferroviario a nord di Londra: un morto e oltre 80 feriti
11 lingue · 35 testate
SportStati Uniti, vittoria e qualificazione: l’Australia cade 2-0 a Seattle
8 lingue · 36 testate
Geopolitica e PoliticaVarsavia revoca a Zelensky l’Aquila Bianca: la memoria storica della UPA infiamma il fronte polacco-ucraino
8 lingue · 16 testate