
Libano, al via le zone pilota nel sud: l’esercito entra a Zawtar mentre Aoun incontra Trump
L’avvio del meccanismo previsto dall’accordo quadro con Israele coincide con la visita a Washington del presidente libanese, che chiede garanzie sul ritiro completo e sul disarmo di Hezbollah.
Lunedì, sotto la supervisione del Gruppo di coordinamento militare per il Libano (MCG4), sono entrate in funzione le prime “zone pilota” nel sud del Libano, come previsto dall’accordo quadro trilaterale firmato da Beirut e Tel Aviv lo scorso giugno. L’esercito libanese ha avviato il dispiegamento a Zawtar al-Gharbiya, nel distretto di Nabatiyeh, dopo il ritiro delle forze israeliane, mentre unità del genio militare hanno cominciato la bonifica del territorio da ordigni inesplosi. L’operazione, annunciata dal Dipartimento di Stato americano, coincide con la visita a Washington del presidente libanese Joseph Aoun, che incontrerà oggi Donald Trump alla Casa Bianca.
Secondo fonti diplomatiche americane, l’avvio delle zone pilota è il frutto diretto dei colloqui di Roma della scorsa settimana e rappresenta un primo banco di prova per l’intesa, che prevede il progressivo dispiegamento dell’esercito libanese e il contestuale ritiro israeliano, subordinato però allo smantellamento dell’arsenale di Hezbollah. Nell’ottica di Beirut, invece, il meccanismo deve condurre a un ritiro completo e irreversibile da tutti i territori occupati, senza che ogni fase diventi oggetto di nuove trattative politiche. Da parte israeliana, fonti ufficiali ribadiscono che le truppe non lasceranno la fascia di sicurezza profonda dieci chilometri fino a quando il partito sciita non sarà disarmato, e interpretano le zone pilota come aree da cui l’esercito libanese è già in grado di operare, non necessariamente come un primo passo verso un arretramento generale.
L’accordo quadro, raggiunto dopo cinque tornate negoziali, non fissa una scadenza per il ritiro completo, alimentando a Beirut il timore che Israele possa utilizzare le clausole tecniche per prolungare la propria presenza. La questione delle armi di Hezbollah resta il nodo centrale: Washington, che ha elogiato la “determinazione” del governo libanese nel ripristinare la sovranità statale, preme per un disarmo rapido, mentre Aoun – ex comandante dell’esercito – ha fatto della ricostruzione dell’autorità militare il perno della sua presidenza. La guerra, scatenata dall’attacco missilistico di Hezbollah contro Israele il 2 marzo in risposta all’uccisione della Guida suprema iraniana Khamenei, ha causato oltre 4.300 morti in Libano e ha visto una riduzione delle violenze solo dopo il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran del mese scorso.
L’incontro con Trump, il primo per un capo di Stato libanese dal 2009, sarà l’occasione per Aoun di chiedere un impegno politico diretto della Casa Bianca affinché il processo non si arresti alle prime due aree, ma prosegua secondo una sequenza automatica di ritiri, accompagnata da un sostegno militare e finanziario di lungo periodo all’esercito. Secondo analisti europei, l’Italia e i partner mediterranei seguono con attenzione l’evoluzione del dossier: il contingente UNIFIL a guida italiana opera nel sud del Libano e un’eventuale ripresa delle ostilità o un collasso del quadro di sicurezza avrebbe ripercussioni immediate sulla stabilità del Mediterraneo orientale e sulle rotte migratorie verso l’Europa. Al termine del vertice, si attendono indicazioni sulla tempistica della prossima fase di dispiegamento e sul grado di convergenza tra le visioni libanese e israeliana circa le modalità del disarmo.
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| Stampa arabo levante-Maghreb | 0.00 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
Il Golfo arabo proietta le zone pilota come un successo mediato dagli USA che stabilizza il sud del Libano, mettendo da parte il ruolo di Hezbollah.
Inquadrando l'accordo come un processo tecnico a tappe sotto supervisione americana, la narrazione normalizza l'esclusione di Hezbollah e presenta il ritiro israeliano come esito naturale della diplomazia.
La narrazione del Golfo omette che Hezbollah e i suoi sostenitori vedono le zone pilota come una copertura per l'occupazione israeliana e che la clausola di disarmo è profondamente contestata in Libano.
La prospettiva levantina e maghrebina personifica lo stato libanese nel presidente Aoun, rendendo la sua visita un test di sovranità contro l'occupazione israeliana e le pressioni statunitensi.
Concentrandosi sulle richieste personali di Aoun e sul peso simbolico dell'incontro alla Casa Bianca, la narrazione eleva la presidenza come unico attore legittimo, mettendo da parte l'autorità parallela di Hezbollah.
Questa narrazione omette le profonde divisioni interne libanesi sul disarmo di Hezbollah e il fatto che molti libanesi vedono le zone pilota come una concessione a Israele.
L'Occidente atlantico vede la visita di Aoun come un test critico per vedere se il Libano può liberarsi dall'orbita iraniana, con le zone pilota come dettaglio secondario.
Elevando l'Iran come minaccia primaria e riducendo il conflitto israelo-libanese a una questione di proxy, la narrazione sposta l'attenzione dall'occupazione all'influenza di Teheran, rendendo la pressione statunitense necessaria.
Questa narrazione omette che le zone pilota sono una risposta diretta all'occupazione israeliana e che molti libanesi danno priorità al ritiro israeliano rispetto al contrasto dell'influenza iraniana.
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