
Dazi Usa sul lavoro forzato: l’Ue è esentata, ma Kallas parla di ‘sorpresa negativa’
Washington impone tariffe del 10-12,5% a 60 partner, ma Bruxelles evita aggravì grazie a un accordo del 2025; la Commissione valuta con cautela, la diplomazia europea critica le motivazioni.
L’amministrazione Trump ha imposto ieri nuovi dazi del 10 e del 12,5 per cento su beni provenienti da una sessantina di partner commerciali, tra cui l’Unione Europea, il Brasile e la Cina, con l’accusa di non contrastare adeguatamente l’importazione di prodotti realizzati con il lavoro forzato. Per l’Ue, però, le aliquote aggiuntive non si sommano a quelle già esistenti e vengono anzi ripristinate alcune esenzioni – come per sughero e diamanti – in linea con l’accordo transatlantico siglato nel luglio 2025 ed entrato in vigore il primo luglio di quest’anno.
La reazione europea è apparsa divisa. Mentre un portavoce della Commissione ha giudicato «con soddisfazione» il risultato, definendolo coerente con gli impegni presi e un «impulso positivo» per proseguire i negoziati, la responsabile della politica estera Kaja Kallas, a margine del vertice Asean a Manila, ha parlato di «sorpresa negativa» e ha bollato come «infondate» le accuse americane: «Se confrontiamo le nostre leggi sul lavoro con quelle degli Stati Uniti – ha dichiarato – noi abbiamo ferie pagate e ottime condizioni per i nostri lavoratori». Anche Australia, Nuova Zelanda e Giappone hanno criticato la decisione, mentre la Norvegia ha escluso ritorsioni e la Svizzera ha respinto le motivazioni, definite «non giustificate» dalla sua associazione imprenditoriale.
Il nodo politico è l’uso della lotta al lavoro forzato come pretesto per nuove barriere commerciali. L’indagine condotta dall’ufficio del rappresentante commerciale americano non ha presentato casi concreti di violazioni nei Paesi colpiti, e dati della fondazione Walk Free mostrano che gli stessi Stati Uniti guidano la classifica mondiale delle importazioni potenzialmente esposte a questo rischio, con un valore di circa 170 miliardi di dollari l’anno. L’accordo del 2025 – negoziato in un campo da golf di Trump in Scozia – prevedeva l’eliminazione da parte europea dei dazi sui prodotti industriali americani, in cambio del mantenimento di una tariffa del 15 per cento sulla maggior parte dell’export Ue, con esclusioni per aerei, farmaci generici e semiconduttori. Un compromesso giudicato a Bruxelles «il male minore» per scongiurare dazi ben più alti.
Per l’Italia, secondo esportatore manifatturiero dell’Unione, la tenuta di quell’intesa è cruciale: settori come la meccanica, la moda e l’agroalimentare potrebbero subire contraccolpi indiretti se la nuova offensiva tariffaria dovesse estendersi o incrinare il fragile equilibrio transatlantico. L’Ue ha annunciato che chiederà chiarimenti a Washington, ribadendo di aver rispettato integralmente gli impegni presi. Il prossimo banco di prova saranno i colloqui per ottenere ulteriori esenzioni, mentre resta aperta la questione se la Casa Bianca intenda davvero rispettare un accordo negoziato quando la sua agenda protezionistica spinge in direzione contraria.
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.50 | critical |
| Stampa russa e CSI | −0.60 | critical |
| Stampa europea continentale | −0.80 | critical |
La capo della diplomazia UE respinge le accuse americane e rivendica la superiorità delle norme europee sul lavoro.
Contrappone le leggi europee a quelle americane per invalidare la giustificazione, utilizzando un confronto diretto che sposta il piano del discorso dalle accuse ai meriti propri.
Non menziona che la Commissione Europea ha accolto con cautela i dazi come coerenti con l'accordo, concentrandosi solo sulla smentita di Kallas.
L'Unione Europea invoca il rispetto dell'accordo commerciale del 2025 e chiede che gli USA non lo infrangano.
Facendo leva sull'accordo firmato, la narrazione trasforma la disputa in una questione di fedeltà agli impegni presi, delegittimando le tariffe unilaterali.
Non approfondisce la posizione statunitense sul lavoro forzato né le eventuali violazioni europee segnalate.
La Commissione considera i dazi USA conformi agli accordi, ma Kallas li giudica una violazione inaspettata.
Presentando due posizioni UE contrastanti, la copertura russa evita di prendere parte e lascia spazio a interpretazioni divergenti, suggerendo che la reazione europea non è univoca.
Non include le dichiarazioni americane a supporto delle tariffe né il contesto delle accuse di lavoro forzato.
Kallas definisce i dazi una 'sorpresa negativa' e difende con forza le norme europee del lavoro.
Utilizzando il linguaggio emotivo della 'sorpresa negativa', la narrazione personalizza la disputa, trasformandola in un affronto all'UE, e rafforza la posizione europea.
Non menziona la cauta accoglienza della Commissione né il possibile fondamento delle accuse americane.
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