
La strategia del 'governo costiero' e la nuova offensiva legale di Pechino
Con pattugliamenti a est di Taiwan e una legge etnica a portata extraterritoriale, la Cina ridisegna il controllo dei mari e delle minoranze, moltiplicando gli attriti con Stati Uniti, Europa e alleati asiatici.
L’operazione di polizia marittima condotta a giugno dalla guardia costiera cinese nelle acque a est di Taiwan segna, secondo fonti governative di Taipei e analisti occidentali, l’applicazione concreta di una dottrina che Pechino definisce «governo costiero» (near-shore governance). L’emittente statale CCTV ha descritto l’iniziativa come l’estensione della giurisdizione cinese oltre lo Stretto, trattando le rotte commerciali che lambiscono l’isola come acque di prossimità nazionale. Durante l’operazione, stando ai media di Stato cinesi, sono state ispezionate 198 navi in transito e tre mercantili sono stati «rettificati» per violazioni delle normative cinesi. Taiwan ha denunciato «molestie» ai mercantili e ha ordinato alle proprie navi di ignorare eventuali richieste di abbordaggio, disponendo l’intervento della guardia costiera dell’isola in caso di necessità.
L’azione marittima si inserisce in una cornice di tensione diplomatica e giuridica con Tokyo e Manila. L’Istituto per gli affari marini del ministero delle Risorse naturali cinese ha diffuso un parere legale che qualifica come «atto internazionalmente illecito» i colloqui avviati da Giappone e Filippine per delimitare le rispettive zone economiche esclusive e piattaforme continentali. Secondo Pechino, i negoziati sono stati avviati senza consultazione con la Cina e ignorano la sovranità cinese su Taiwan e sulle acque circostanti, violando la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Il documento avverte le potenze esterne di non riconoscere né assistere i colloqui e aggiunge che un eventuale coinvolgimento delle autorità di Taipei costituirebbe «una grave provocazione» al principio di una sola Cina.
La reazione occidentale è stata immediata e coordinata. Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania hanno espresso in una dichiarazione congiunta la preoccupazione per la libertà di navigazione e la sicurezza dei marittimi, mentre Washington ha definito le azioni cinesi «profondamente destabilizzanti». Canberra ha sollevato il caso direttamente con funzionari cinesi, ribadendo l’opposizione a qualsiasi modifica unilaterale dello status quo nello Stretto. Nell’ottica di Pechino, invece, le operazioni rispondono a una legittima esigenza di tutela della sovranità territoriale e di contrasto a ciò che il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito «diffamazioni malevole» delle politiche etniche cinesi da parte di Stati Uniti e Unione Europea.
A inasprire il quadro contribuisce l’entrata in vigore, il 1° luglio, della nuova legge cinese sull’unità etnica, che introduce una clausola di responsabilità extraterritoriale per individui e gruppi che, anche al di fuori dei confini della Repubblica Popolare, minino «l’unità e il progresso etnico o incitino al separatismo». La norma, pensata per forgiare un’identità nazionale condivisa tra le 55 minoranze ufficiali – tibetani e uiguri inclusi –, è stata bollata da Bruxelles e Washington come un ulteriore strumento repressivo. Pechino replica accusando i critici di manipolazione politica e di ignorare deliberatamente i progressi economici e sociali del Paese.
Sullo sfondo resta l’espansione della presenza militare statunitense nelle Filippine. Uno studio dello South China Sea Strategic Situation Probing Initiative, think tank con sede a Pechino, documenta la trasformazione dei nove siti dell’Enhanced Defense Cooperation Agreement in un «hub avanzato» per operazioni nell’Indo-Pacifico, con basi a nord rivolte allo Stretto di Taiwan e a sud al Mar Cinese Meridionale. Il rapporto riconosce tuttavia che le infrastrutture sono ancora lontane dall’essere pienamente operative, a causa degli investimenti necessari e delle incertezze politiche interne a Manila. Il dossier resta aperto: i pattugliamenti cinesi proseguono, i negoziati tra Tokyo e Manila non sono stati sospesi e il confronto legale e operativo si sposta sempre più sul terreno della giurisdizione marittima e della definizione di sovranità.
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Pechino ha avviato un'offensiva legale e operativa nelle acque a est di Taiwan, rafforzando la sovranità nazionale. La repressione dei movimenti indipendentisti è presentata come una necessità giuridica e di sicurezza. Il successo delle azioni legali dimostra l'efficacia della legge sulla sicurezza nazionale.
L'offensiva legale e operativa di Pechino a est di Taiwan è vista come una pericolosa escalation che minaccia la stabilità regionale. I media atlantici sottolineano la violazione delle norme internazionali e la crescente assertività cinese. L'azione è interpretata come un tentativo di modificare unilateralmente lo status quo.
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