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Riserve strategiche Usa ai minimi dal 1983: la guerra con l’Iran svuota il barile d’emergenza

Con 340 milioni di barili, il livello più basso da quando Ronald Reagan iniziò a riempire la riserva, Washington accelera i prelievi per frenare i prezzi, ma cresce l’allarme per la sicurezza energetica globale.

La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa a 340,3 milioni di barili, il volume più basso dal luglio 1983, quando l’amministrazione Reagan stava ancora riempiendo per la prima volta i depositi d’emergenza. In una sola settimana Washington ha autorizzato il rilascio di 8,9 milioni di barili, portando il totale dei prelievi a circa 75 milioni dall’inizio del conflitto con l’Iran, alla fine di febbraio. Il dato supera al ribasso il precedente minimo toccato nel 2023 sotto la presidenza Biden, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e fotografa un’accelerazione che non ha precedenti per durata e intensità.

Creata dopo l’embargo petrolifero arabo degli anni Settanta, la Strategic Petroleum Reserve ha una capacità complessiva di circa 700 milioni di barili, ma oggi è piena per meno della metà. L’amministrazione Trump ha fatto della riserva uno strumento ordinario di politica economica, attingendovi con regolarità per contenere i prezzi alla pompa e attutire le pressioni inflazionistiche legate alla guerra mediorientale. Se l’obiettivo immediato è proteggere il potere d’acquisto delle famiglie americane, la strategia solleva interrogativi sulla funzione stessa di uno stock pensato per interrompere forniture o calamità, non per gestire la volatilità dei mercati.

Da Bruxelles e dalle capitali europee lo sguardo è preoccupato. L’Italia, che importa oltre il 90 per cento del proprio fabbisogno di greggio, è particolarmente esposta alle oscillazioni del prezzo del barile e alla stabilità delle rotte mediorientali. Gli analisti europei osservano che il drenaggio della riserva americana riduce il cuscinetto globale disponibile in caso di shock prolungati – un blocco dello Stretto di Hormuz o un’estensione del conflitto ad altri attori regionali – e rende i mercati più nervosi. Sebbene l’Europa disponga di scorte proprie e di meccanismi di coordinamento dell’Agenzia internazionale dell’energia, il ruolo degli Stati Uniti come stabilizzatore di ultima istanza resta insostituibile.

In prospettiva, la domanda cruciale è quanto a lungo Washington potrà proseguire su questa linea senza compromettere la propria sicurezza energetica. Il livello attuale è inferiore a quello del 1983, quando l’economia americana era molto più piccola e la riserva era in fase di primo riempimento: in termini relativi, la vulnerabilità è dunque maggiore. Se il conflitto con l’Iran dovesse prolungarsi o intensificarsi, la Casa Bianca si troverebbe di fronte a un bivio – continuare a svuotare un serbatoio sempre più esiguo oppure accettare un rialzo dei prezzi con ripercussioni politiche interne. Per l’Europa e per l’Italia, un’America energeticamente più fragile significa mercati globali più instabili e una rinnovata esposizione ai ricatti dei paesi produttori, in uno scenario che già oggi tiene banco nei corridoi della diplomazia energetica internazionale.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa a 340,3 milioni di barili, il livello più basso dal 1983, quando l'amministrazione Reagan la stava riempiendo. I prelievi in corso servono a gestire le interruzioni dell'approvvigionamento.

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La riserva strategica americana è crollata al minimo da quattro decenni mentre l'amministrazione Trump continua ad attingervi per attutire la guerra con l'Iran e contenere i prezzi energetici. Dall'inizio del conflitto a fine febbraio, il volume è calato di 75 milioni di barili, scendendo sotto la metà della capacità totale e superando il precedente minimo toccato dopo l'invasione russa dell'Ucraina.

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lunedì 15 giugno 2026

Riserve strategiche Usa ai minimi dal 1983: la guerra con l’Iran svuota il barile d’emergenza

Con 340 milioni di barili, il livello più basso da quando Ronald Reagan iniziò a riempire la riserva, Washington accelera i prelievi per frenare i prezzi, ma cresce l’allarme per la sicurezza energetica globale.

La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa a 340,3 milioni di barili, il volume più basso dal luglio 1983, quando l’amministrazione Reagan stava ancora riempiendo per la prima volta i depositi d’emergenza. In una sola settimana Washington ha autorizzato il rilascio di 8,9 milioni di barili, portando il totale dei prelievi a circa 75 milioni dall’inizio del conflitto con l’Iran, alla fine di febbraio. Il dato supera al ribasso il precedente minimo toccato nel 2023 sotto la presidenza Biden, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e fotografa un’accelerazione che non ha precedenti per durata e intensità.

Creata dopo l’embargo petrolifero arabo degli anni Settanta, la Strategic Petroleum Reserve ha una capacità complessiva di circa 700 milioni di barili, ma oggi è piena per meno della metà. L’amministrazione Trump ha fatto della riserva uno strumento ordinario di politica economica, attingendovi con regolarità per contenere i prezzi alla pompa e attutire le pressioni inflazionistiche legate alla guerra mediorientale. Se l’obiettivo immediato è proteggere il potere d’acquisto delle famiglie americane, la strategia solleva interrogativi sulla funzione stessa di uno stock pensato per interrompere forniture o calamità, non per gestire la volatilità dei mercati.

Da Bruxelles e dalle capitali europee lo sguardo è preoccupato. L’Italia, che importa oltre il 90 per cento del proprio fabbisogno di greggio, è particolarmente esposta alle oscillazioni del prezzo del barile e alla stabilità delle rotte mediorientali. Gli analisti europei osservano che il drenaggio della riserva americana riduce il cuscinetto globale disponibile in caso di shock prolungati – un blocco dello Stretto di Hormuz o un’estensione del conflitto ad altri attori regionali – e rende i mercati più nervosi. Sebbene l’Europa disponga di scorte proprie e di meccanismi di coordinamento dell’Agenzia internazionale dell’energia, il ruolo degli Stati Uniti come stabilizzatore di ultima istanza resta insostituibile.

In prospettiva, la domanda cruciale è quanto a lungo Washington potrà proseguire su questa linea senza compromettere la propria sicurezza energetica. Il livello attuale è inferiore a quello del 1983, quando l’economia americana era molto più piccola e la riserva era in fase di primo riempimento: in termini relativi, la vulnerabilità è dunque maggiore. Se il conflitto con l’Iran dovesse prolungarsi o intensificarsi, la Casa Bianca si troverebbe di fronte a un bivio – continuare a svuotare un serbatoio sempre più esiguo oppure accettare un rialzo dei prezzi con ripercussioni politiche interne. Per l’Europa e per l’Italia, un’America energeticamente più fragile significa mercati globali più instabili e una rinnovata esposizione ai ricatti dei paesi produttori, in uno scenario che già oggi tiene banco nei corridoi della diplomazia energetica internazionale.

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La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa a 340,3 milioni di barili, il livello più basso dal 1983, quando l'amministrazione Reagan la stava riempiendo. I prelievi in corso servono a gestire le interruzioni dell'approvvigionamento.

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allarmeurgenza

La riserva strategica americana è crollata al minimo da quattro decenni mentre l'amministrazione Trump continua ad attingervi per attutire la guerra con l'Iran e contenere i prezzi energetici. Dall'inizio del conflitto a fine febbraio, il volume è calato di 75 milioni di barili, scendendo sotto la metà della capacità totale e superando il precedente minimo toccato dopo l'invasione russa dell'Ucraina.

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