
L’accordo USA-Iran sgretola il disegno di Netanyahu: ora Trump e il premier israeliano su rotte opposte
Il cessate il fuoco voluto da Washington manda in frantumi la scommessa bellica di Netanyahu, isolandolo politicamente e mettendo a nudo le fratture con l’alleato americano.
L’intesa raggiunta tra Washington e Teheran per fermare le ostilità ha prodotto un terremoto politico a Gerusalemme, mandando in pezzi la strategia su cui Benjamin Netanyahu aveva costruito l’intera stagione bellica. Il primo ministro israeliano aveva scommesso su una guerra condotta fianco a fianco con Donald Trump per ridisegnare gli equilibri mediorientali, fiaccare la rete di alleanze della Repubblica islamica e presentarsi all’elettorato come l’architetto di una nuova era di sicurezza. Oggi, invece, si ritrova a guardare lo stesso tavolo negoziale da una prospettiva radicalmente opposta a quella del suo principale alleato: gli Stati Uniti cercano una via d’uscita rapida, mentre Israele teme di dover accettare una pace che lascia incompiuti tutti gli obiettivi militari e strategici per cui si era mobilitato.
Secondo analisti israeliani, l’accordo colpisce al cuore i tre pilastri su cui Netanyahu ha edificato la sua lunga carriera. Il primo è l’immagine del “sussurratore di Washington”, del leader capace di orientare la politica americana meglio di chiunque altro: oggi quella stessa America lo ha scavalcato, imponendo una tregua con l’Iran senza consultarlo realmente e infliggendogli un’umiliazione pubblica. Il secondo è la centralità della lotta a Teheran nella sua dottrina di sicurezza: la Repubblica islamica esce dal conflitto con la sua struttura di potere intatta e, secondo osservatori di Teheran, persino rafforzata nella capacità di influenzare lo scacchiere regionale. Il terzo è il mito del “Mr Sicurezza”, già incrinato dagli attacchi del 7 ottobre, che ora si scontra con la richiesta esplicita di Washington di cessare le operazioni contro Hezbollah in Libano, proprio mentre le truppe israeliane restano impantanate sul terreno.
La frustrazione serpeggia apertamente nei corridoi della Knesset e tra i vertici militari, anche se in pubblico prevale la cautela per non inimicarsi un presidente notoriamente suscettibile come Trump. Fonti diplomatiche europee osservano che la Casa Bianca sta accelerando il disimpegno per concentrarsi sul Pacifico e sulle scadenze elettorali interne, mentre Israele si sente abbandonato con un lavoro a metà: le operazioni in Libano non hanno smantellato Hezbollah, e la minaccia nucleare iraniana non è stata estinta ma solo congelata. Da Bruxelles si guarda con apprensione a questo scollamento: un Israele politicamente indebolito e militarmente ancora esposto rischia di trasformare il cessate il fuoco in una tregua armata, con conseguenze dirette sulla sicurezza del Mediterraneo orientale e sui flussi energetici verso l’Europa.
Per l’Italia, il nodo libanese è particolarmente sensibile. Il contingente nazionale in UNIFIL e gli interessi energetici nell’area rendono Roma una spettatrice esposta a qualsiasi ripresa delle ostilità. L’accordo USA-Iran, se da un lato allontana lo spettro di una guerra regionale totale, dall’altro cristallizza un’instabilità che potrebbe tradursi in nuove crisi migratorie e in una pressione costante sui fragili equilibri politici di Beirut. Analisti mediorientali avvertono che Netanyahu, intrappolato in un dilemma di sicurezza senza precedenti, potrebbe essere tentato di forzare la mano con operazioni unilaterali per riconquistare l’iniziativa, rischiando di far deragliare la tregua e di isolare ulteriormente Israele.
La partita è tutt’altro che chiusa. Il premier israeliano, con elezioni alle porte, deve ora decidere se accettare un accordo che lo dipinge come sconfitto o sfidare apertamente Trump, alleato indispensabile ma sempre più insofferente. Qualunque scelta farà, il Medio Oriente post-accordo si annuncia come un terreno minato in cui la tradizionale sintonia tra Gerusalemme e Washington ha lasciato il posto a una collisione di interessi che potrebbe ridefinire le alleanze regionali per anni a venire.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
2 gruppi editoriali · 2 lingue
Gli ambienti della destra israeliana vicini a Netanyahu sono furiosi, definiscono Trump un perdente e accusano Washington di tradimento per aver concluso un accordo di pace con l'Iran. Considerano l'intesa un tradimento che lascia Israele esposto e mina la strategia bellica del premier proprio alla vigilia delle elezioni.
Le tensioni tra il presidente Trump e il primo ministro Netanyahu hanno raggiunto un punto di rottura, poiché l'accordo di pace USA-Iran mette a nudo i loro obiettivi divergenti. Mentre Trump rivendica la vittoria per aver bloccato il percorso nucleare dell'Iran, la scommessa di Netanyahu di ridisegnare la regione con la guerra gli si è ritorta contro, lasciando Israele invischiato in Libano e l'alleanza sotto pressione.
Articoli correlati
Jet privato in fiamme su un’autostrada del Texas: un morto e scene di caos
8 lingue · 26 testate
Salute e ScienzaMette-Marit, nuova vita dopo il trapianto: la principessa di Norvegia rinasce tra scandali e speranza
8 lingue · 24 testate
PoliticaIl greggio iraniano forza il blocco: tre petroliere nello Stretto di Hormuz
8 lingue · 17 testate