
La Repubblica Democratica del Congo cita il Ruanda all’Aja per trent’anni di conflitto
Kinshasa accusa Kigali di genocidio e crimini di guerra nel Kivu, mentre la Corte internazionale di giustizia valuta per la terza volta la propria giurisdizione.
La Repubblica Democratica del Congo ha depositato il 26 giugno un ricorso contro il Ruanda presso la Corte internazionale di giustizia (Cig), accusando il vicino di violazioni sistematiche delle convenzioni su genocidio, discriminazione razziale, tortura e diritti delle donne. È il terzo tentativo di Kinshasa di portare Kigali davanti al massimo tribunale delle Nazioni Unite: i precedenti del 2001 e del 2006 si arenarono per il mancato riconoscimento della giurisdizione da parte ruandese. La mossa giunge mentre i colloqui di pace mediati da Stati Uniti e Qatar faticano a produrre una tregua duratura e Washington ha appena imposto sanzioni a una raffineria d’oro ruandese accusata di operare in coordinamento con i ribelli dell’M23.
Secondo il ricorso, dal 1996 a oggi le forze ruandesi e i gruppi armati da esse sostenuti – tra cui l’M23, che lo scorso anno ha conquistato Goma e vaste aree minerarie del Kivu – avrebbero condotto una campagna di massacri, esecuzioni extragiudiziali, violenze sessuali e deportazioni forzate, prendendo di mira in particolare le comunità hutu rifugiatesi nell’est congolese dopo il genocidio del 1994, ma anche altre etnie come Nyindu, Bembe e Lega. Kinshasa chiede alla Corte di ordinare la cessazione immediata delle ostilità, garanzie di non reiterazione e riparazioni per le vittime. Il governo ruandese, che non ha ancora commentato il nuovo ricorso, ha sempre respinto ogni accusa di sostegno ai ribelli, rivendicando il diritto di neutralizzare le milizie hutu delle Fdlr, che definisce “genocidiarie”, e accusando a sua volta le autorità congolesi di collusione con quei gruppi.
Sul piano probatorio, gli esperti delle Nazioni Unite e diversi governi occidentali hanno più volte documentato la presenza di truppe ruandesi al fianco dell’M23 e il loro ruolo direttivo nelle operazioni militari. Bruxelles e altre capitali europee seguono con apprensione una crisi che, oltre a causare una delle più gravi emergenze umanitarie al mondo, minaccia la stabilità della regione dei Grandi Laghi e le catene di approvvigionamento di minerali strategici come il coltan, essenziali per l’industria elettronica. Per l’Italia, storicamente impegnata in operazioni di peacekeeping e cooperazione nell’area, il deterioramento della sicurezza potrebbe riverberarsi sui flussi migratori e sugli investimenti infrastrutturali sostenuti dall’Unione europea.
La Corte dell’Aja dovrà ora esaminare la propria competenza, ostacolo che già nel 2006 portò all’archiviazione del caso perché Kigali non aveva ratificato o aveva posto riserve alle convenzioni invocate. Il nuovo ricorso cita un ventaglio più ampio di trattati, ma la partita giurisdizionale resta aperta. Nel frattempo, le sanzioni americane alla Gasabo Gold Refinery segnalano la volontà di Washington di aumentare la pressione economica su Kigali, mentre i mediatori di Doha e Washington cercano di rilanciare un negoziato che finora non ha impedito all’M23 di consolidare il controllo su porzioni significative del Nord Kivu. La prossima udienza procedurale non è ancora stata calendarizzata.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La Repubblica Democratica del Congo ha avviato un procedimento presso la Corte Internazionale di Giustizia, ritenendo il Ruanda responsabile di decenni di conflitto e presunte violazioni del diritto internazionale. Contemporaneamente, Washington ha imposto sanzioni a una raffineria d'oro ruandese, accusandola di trafficare minerali dalle aree controllate dai ribelli nell'est del Congo. Queste azioni sottolineano uno sforzo internazionale coordinato per affrontare l'instabilità di lunga data nella regione.
Kinshasa ha presentato un caso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, accusando il Ruanda di aver commesso atrocità nell'est del Congo per oltre trent'anni. Le accuse includono massacri, torture, violenze sessuali e sfollamenti forzati, con vittime identificate tra gli Hutu e varie altre comunità etniche congolesi. L'azione legale mira a stabilire la responsabilità per violazioni sistematiche del diritto internazionale umanitario.
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