
Trump minaccia dazi del 100% sulla digital tax, Bruxelles avverte: «Reagiremo»
Il presidente americano ha annunciato tariffe immediate su tutti i beni importati dai Paesi che tassano i servizi digitali delle big tech, proprio mentre l’Ue ratifica l’accordo commerciale che limita i dazi al 15%.
La tregua commerciale tra Washington e Bruxelles è durata meno di ventiquattr’ore. Venerdì sera, con un messaggio su Truth Social, Donald Trump ha minacciato dazi del 100 per cento su tutte le merci esportate verso gli Stati Uniti da qualsiasi Paese che imponga un’imposta sui servizi digitali alle aziende americane. L’annuncio è giunto il giorno dopo che il Consiglio dell’Unione Europea aveva dato il via libera definitivo all’accordo negoziato lo scorso agosto, che elimina i dazi sui prodotti industriali statunitensi e fissa un tetto del 15 per cento per la maggior parte delle esportazioni europee. La mossa del presidente americano riaccende così uno dei fronti più spinosi del confronto transatlantico, proprio mentre l’intesa doveva entrare in vigore entro la scadenza del 4 luglio.
La minaccia non è generica. Trump ha precisato che la tariffa scatterebbe «immediatamente» e avrebbe la precedenza su qualsiasi accordo commerciale già firmato, in vigore o in fase di negoziato. Nel mirino ci sono in particolare i Paesi europei che, secondo Washington, stanno discutendo l’introduzione imminente di una digital tax. La reazione di Bruxelles è stata immediata: un portavoce della Commissione ha rivendicato il «diritto sovrano» dell’Ue e degli Stati membri di regolamentare le attività economiche sul proprio territorio, definendo «ingiustificate» le misure unilaterali e avvertendo che, se adottate, l’Unione risponderà «in modo rapido e deciso». La Commissione ha inoltre ribadito che le imposte sui servizi digitali non sono discriminatorie, poiché si applicano a tutte le grandi imprese, indipendentemente dalla loro origine.
La tensione affonda le radici in una disputa che dura da anni. La Francia applica dal 2019 un prelievo del 3 per cento sui ricavi generati nel Paese dai giganti del web; il Regno Unito ha introdotto nel 2020 una tassa del 2 per cento, che nel 2024-25 ha fruttato oltre 800 milioni di sterline; l’Austria prevede un’aliquota del 5 per cento sugli introiti pubblicitari delle piattaforme online. L’amministrazione Trump considera queste misure un attacco mirato alle big tech americane – da Alphabet a Meta, da Amazon a Microsoft – e ha già utilizzato in passato la minaccia di dazi per indurre singoli Paesi a fare marcia indietro. Il Canada, che aveva progettato una tassa analoga, l’ha ritirata dopo le pressioni di Washington. L’India, invece, ha già rimosso parte dei propri prelievi digitali e sta negoziando un accordo commerciale che dovrebbe eliminare del tutto la tassa. L’Ocse, dal canto suo, continua a sollecitare un approccio coordinato per evitare una frammentazione che, secondo il segretario generale Mathias Cormann, «è dannosa per gli affari, per il commercio e per la crescita».
La posta in gioco è alta per l’Italia e per l’Europa. L’accordo commerciale appena ratificato, che pure non includeva la digital tax, era stato accolto come un passo verso la stabilizzazione delle relazioni economiche transatlantiche. La nuova minaccia rischia di vanificare quel fragile equilibrio, esponendo le esportazioni europee – dall’agroalimentare alla meccanica, dalla moda al vino – a dazi potenzialmente devastanti. Trump aveva già agitato lo spettro di tariffe del 100 per cento su champagne e vini francesi se Parigi non avesse eliminato la sua imposta digitale. Ora l’intero blocco europeo si trova di fronte a un bivio: difendere la propria autonomia fiscale o cedere per scongiurare una guerra commerciale su vasta scala. La scadenza del 4 luglio per l’attuazione dell’accordo tariffario rappresenta il primo banco di prova, mentre gli analisti di Bruxelles osservano che la Commissione ha già predisposto meccanismi di salvaguardia e sospensione delle preferenze tariffarie in caso di mancato rispetto degli impegni da parte americana.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
| Stampa russa e CSI | +0.30 | aligned |
| Stampa cinese | 0.00 | neutral |
Washington difende la propria sovranità fiscale e usa la minaccia tariffaria come leva negoziale per riequilibrare il commercio.
La minaccia viene incorniciata come una normale tattica negoziale, normalizzando l'uso di tariffe punitive come strumento diplomatico.
Vengono omessi i dettagli sui danni concreti per le imprese europee e americane, nonché le critiche degli alleati europei.
L'Europa subisce un'aggressione commerciale ingiustificata e deve reagire con unità e determinazione per difendere la propria sovranità fiscale.
La minaccia viene presentata come un attacco unilaterale alla sovranità europea, mobilitando un linguaggio di difesa collettiva.
Viene omesso il contesto delle trattative precedenti e le possibili ragioni legittime degli Stati Uniti.
L'Occidente si sta lacerando da solo, dimostrando che le sue regole commerciali sono solo uno strumento di egemonia.
La disputa viene inquadrata come una lotta tra potenze imperialiste, dove entrambe le parti sono colpevoli, legittimando la posizione di non-allineamento russo.
Viene omesso il ruolo della Russia come possibile beneficiaria delle tensioni commerciali e il proprio contenzioso con l'UE.
Le tariffe sono un errore che danneggia tutti, e la Cina si presenta come difensore del libero commercio e del multilateralismo.
La notizia viene inserita in una cornice di declino dell'ordine liberale, con la Cina come attore razionale e responsabile.
Vengono omesse le critiche alle pratiche commerciali cinesi e il proprio ruolo nelle tensioni commerciali globali.
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