
L'Iran rivendica attacchi alle basi Usa in Bahrain e Giordania, Amman intercetta i missili
Teheran parla di 'Operazione Nasr 2' come ritorsione ai raid americani, mentre la Giordania nega danni e l'Europa teme per la sicurezza energetica.
Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) ha rivendicato nella notte un'offensiva con missili balistici e droni contro installazioni militari statunitensi in Bahrain e Giordania, in quello che definisce il primo tempo di una rappresaglia su larga scala. Secondo i comunicati diffusi da Teheran, l'attacco ha colpito depositi di armi, centri di comunicazione satellitare e alloggi delle truppe nella base di Al-Juffair, che ospita il quartier generale della Quinta Flotta, e il centro di comando della base aerea Principe Hassan in Giordania, descritta come piattaforma per operazioni ostili contro l'Iran. Le autorità di Amman hanno tuttavia dichiarato che i sistemi di difesa aerea hanno intercettato e abbattuto diversi vettori in volo nello spazio aereo giordano, e che i frammenti caduti in alcune aree non hanno causato vittime né danni significativi. Fonti indipendenti non hanno ancora verificato l'esito materiale dei raid.
La sequenza degli eventi, secondo la ricostruzione fornita dall'Irgc e ripresa da media vicini a Hezbollah, affonda le radici in un ciclo di scontri avviatosi il 7 aprile, quando il presidente americano Trump annunciò un cessate il fuoco unilaterale al termine di una campagna congiunta con Israele contro l'Iran. Teheran sostiene che Washington abbia continuato a violare lo spazio aereo e marittimo iraniano anche dopo la firma di un memorandum d'intesa mediato dal Pakistan, il cui primo articolo imponeva la cessazione immediata delle ostilità su tutti i fronti. La notte precedente l'attacco, secondo fonti del Comando centrale americano, forze statunitensi avevano condotto per oltre cinque ore raid contro postazioni costiere e centri militari nel sud dell'Iran, in risposta a un confronto nello Stretto di Hormuz. L'Irgc ha quindi attivato la dottrina del «due a uno» – colpire almeno due obiettivi nemici per ogni sito iraniano centrato – e ha avviato l'Operazione Nasr 2, che fonti della regione descrivono come ancora in corso e potenzialmente estesa a Kuwait, Oman e Qatar.
La proiezione della forza iraniana su basi situate in paesi arabi alleati degli Stati Uniti introduce un elemento di forte instabilità per l'intera Asia occidentale. La Giordania, che pure ha intercettato i missili senza subire danni, si trova nella posizione delicata di ospitare infrastrutture militari americane pur non essendo parte del conflitto. In un messaggio rivolto direttamente alla popolazione giordana, l'Irgc ha precisato di non nutrire alcuna ostilità verso il regno hashemita e ha anzi esortato i cittadini a chiedere la chiusura delle basi statunitensi, definite «di occupazione». Per l'Europa, e in particolare per l'Italia, l'escalation riaccende l'allarme sulla sicurezza dei transiti energetici: lo Stretto di Hormuz, dove si sono già verificati tentativi americani di scortare illegalmente naviglio in transito, è il collo di bottiglia attraverso cui passa una quota rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto destinati ai mercati mediterranei. Analisti di Bruxelles avvertono che un'interruzione prolungata o un allargamento del conflitto ai paesi del Golfo avrebbe ripercussioni immediate sui prezzi e sulla stabilità degli approvvigionamenti.
Sul piano diplomatico, il dossier appare in una fase di stallo pericoloso. Il memorandum d'intesa mediato dal Pakistan, che prevedeva anche lo scongelamento di asset iraniani e un negoziato di sessanta giorni, è di fatto collassato sotto i colpi reciproci. L'Iran accusa Washington di aver colpito infrastrutture civili – un'azione che Teheran qualifica come crimine di guerra – mentre gli Stati Uniti, secondo fonti della regione, mirerebbero a forzare concessioni sul programma nucleare. Al momento non si registrano canali di comunicazione attivi tra le parti, e l'Irgc ha annunciato che la rappresaglia proseguirà. I prossimi passi attesi riguardano la verifica indipendente dei danni e la possibile convocazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre le capitali europee valutano iniziative per scongiurare un conflitto regionale che minaccerebbe direttamente gli interessi energetici e di sicurezza del continente.
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