
La mantide, il chatbot e l’infanzia che sfugge agli algoritmi
Dall’Australia agli Emirati, i governi stringono le maglie della rete per proteggere i minori, mentre un bambino americano impara a proprie spese che l’intelligenza artificiale non sa nulla della vita.
Quando la mantide religiosa che aveva catturato in giardino cominciò a diventare marrone, il figlio di otto anni di Joanna Stern, giornalista americana, chiese a ChatGPT cosa stesse succedendo. L’intelligenza artificiale rispose con sicurezza che Manty era incinta. Pochi giorni dopo l’insetto morì, e il bambino pianse a lungo. Non era una questione di bug nel software, ma di una verità più semplice: l’IA non aveva esperienza della fragilità, non sapeva leggere i segni di un corpo che si spegne. Era stata addestrata su miliardi di testi, ma non aveva mai tenuto in mano una mantide morente.
Quell’episodio, raccontato in un libro appena pubblicato negli Stati Uniti, condensa il paradosso che attraversa oggi il dibattito globale sulla protezione dell’infanzia nell’era digitale. Mentre i governi di mezzo mondo si affannano a erigere barriere legislative contro i rischi dei social media, la vita reale dei bambini continua a scorrere in un territorio ibrido, dove la mediazione di uno schermo rischia di sostituire l’esperienza diretta del mondo. L’Australia ha appena inasprito le sanzioni per le piattaforme che non impediscono l’accesso ai minori di sedici anni: fino a 99 milioni di dollari di multa, e la possibilità per l’eSafety Commissioner di esigere documenti interni, email, verbali dei consigli di amministrazione. Il ministro delle Comunicazioni Anika Wells ha raccontato di una tredicenne che ha aperto un account senza che nessuno le chiedesse l’età, e ha accusato i giganti tecnologici di “prendere in giro” le autorità. Intanto, negli Emirati Arabi Uniti, l’Ufficio nazionale per i media sta mettendo a punto un quadro normativo che vieterà l’uso dei social ai minori di quindici anni, mentre una legge sulla sicurezza digitale dei bambini già impone paletti alla partecipazione dei più piccoli alla creazione di contenuti.
La spinta regolatoria non è solo anglosassone o mediorientale. In Brasile, l’Estatuto da Criança e do Adolescente Digitale obbliga i fornitori di servizi tecnologici a configurare i prodotti in modo da prevenire l’uso compulsivo da parte dei minori. Negli Stati Uniti, la Camera dei Rappresentanti ha approvato con voto bipartisan il Kids Internet and Digital Safety Act, che impone alle aziende di offrire strumenti per limitare le funzionalità che creano dipendenza e di adottare politiche contro lo sfruttamento sessuale. Il Senato, dal canto suo, spinge per un “dovere di cura” delle piattaforme verso gli utenti più giovani. E nel Regno Unito, il piano per tenere i minori di sedici anni lontani dai contenuti dannosi sta generando un effetto collaterale inatteso: per verificare l’età, le piattaforme potrebbero chiedere a tutti gli utenti, adulti compresi, scansioni facciali o dati della carta di credito, creando immensi archivi di informazioni biometriche e finanziarie.
Dietro queste manovre legislative si intravede una consapevolezza sempre più nitida: i social network non sono stati progettati per il cervello in via di sviluppo. Le notifiche, i like, lo scorrimento infinito attivano i circuiti della ricompensa in una fase in cui la corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi, è ancora immatura. Educatori e pediatri, in Europa come negli Stati Uniti, segnalano un aumento delle difficoltà di comunicazione e di regolazione emotiva tra i bambini, e indicano nella riduzione delle interazioni faccia a faccia uno dei possibili fattori. Ma la soluzione non è soltanto proibire. Joanna Stern, dopo un anno trascorso a usare l’intelligenza artificiale per quasi ogni aspetto della vita quotidiana, ha tratto una lezione semplice: i bambini hanno bisogno di “dati di addestramento” reali. Di andare in bicicletta con gli amici, di annoiarsi, di litigare con un cane in carne e ossa che a volte ringhia e non risponde sempre ai comandi. Suo figlio, del resto, si era affezionato a un cane robot, ma quando è stato il momento di restituirlo ha pianto. La madre è stata irremovibile: niente amici artificiali.
Forse è questa l’immagine che resta, più delle multe miliardarie e dei dibattiti parlamentari: un bambino che piange per un animale di plastica, mentre il suo coetaneo dall’altra parte del mondo scopre che ChatGPT non sa riconoscere la morte. La tecnologia promette di colmare ogni distanza, ma è nell’attrito con il reale – una mantide che cambia colore, un account aperto senza domande – che l’infanzia impara a distinguere ciò che è vivo da ciò che simula la vita.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Le grandi piattaforme social sono sotto pressione legislativa e rischiano multe salate se non consegnano i documenti che provano l'applicazione dei divieti per minori. La Camera ha approvato un pacchetto di norme per la sicurezza online dei ragazzi, mentre i democratici lanciano un piano che vieta i social sotto i 16 anni. Anche l'intelligenza artificiale entra nel dibattito, con genitori che raccontano come l'uso quotidiano dell'IA stia già plasmando l'infanzia dei propri figli.
Proteggere l'infanzia significa più conversazioni faccia a faccia e meno schermi, non limitare la tecnologia ma salvaguardare la crescita. Gli Emirati Arabi Uniti hanno messo in campo un quadro normativo integrato per l'uso dei social da parte dei minori, con licenze per 15.000 creatori di contenuti di oltre 90 nazionalità. Il divieto di accesso ai social sotto i 15 anni è presentato come una politica pubblica proattiva e pragmatica che mette al primo posto la sicurezza dei giovani.
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