
La crisi del carburante paralizza la Russia: razionamenti in 60 regioni e crollo della raffinazione
Gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere hanno ridotto la produzione di benzina del 17%, spingendo il governo a importare carburante e ad allentare gli standard ambientali.
La crisi dei carburanti in Russia ha assunto una dimensione sistemica, con limitazioni alla vendita di benzina e diesel ormai in vigore in circa sessanta delle ottantanove entità federali, compresi i territori occupati dell’Ucraina. Secondo le stime di Energy Intelligence, a giugno la raffinazione russa è crollata del 25% su base annua, toccando i 3,91 milioni di barili al giorno, il minimo da oltre vent’anni. La produzione di benzina è scesa a 850.000 barili al giorno, un livello insufficiente a coprire la domanda interna, mentre le scorte strategiche, pur ridotte solo del 4% rispetto all’anno precedente, vengono ora intaccate per tamponare l’emergenza.
Il meccanismo che ha innescato la scarsità è l’intensificarsi degli attacchi con droni ucraini contro gli impianti di raffinazione, che hanno colpito nodi logistici e capacità produttiva in modo cumulativo. Le interruzioni hanno stravolto le catene di approvvigionamento, già provate da strozzature ferroviarie e dalla carenza di cisterne. In regioni come l’Irkutsk e la Transbajkalia, le autorità hanno introdotto tessere carburante per i soli veicoli di servizio e limiti di 30-50 litri per automobilista, mentre a Novorossijsk la vendita libera è stata sospesa e poi parzialmente ripristinata con forti restrizioni. A Belgorod, al confine con l’Ucraina, il governatore ha imposto un tetto di 30 litri di benzina e 60 di gasolio, consentendo il rifornimento in tanica solo ai residenti delle aree di frontiera.
La risposta del governo federale, guidata dal vicepremier Aleksandr Novak, si articola su più fronti. Mosca ha ordinato alle compagnie petrolifere di dirottare forniture aggiuntive verso i mercati regionali più colpiti e ha avviato importazioni di benzina dall’India – con un fabbisogno stimato di 400.000 tonnellate al mese – e dalla Bielorussia, mentre il Kazakistan si è detto disponibile a valutare richieste solo in presenza di eccedenze. Sul piano normativo, è stato prorogato fino al 31 luglio il divieto di esportazione di benzina e, in via eccezionale, è stato autorizzato l’uso di carburanti con standard Euro-3, meno ecologici ma più facilmente reperibili. Parallelamente, la domanda di auto elettriche cinesi è esplosa: a Mosca un concessionario specializzato è passato da due-tre vendite al mese a due-tre al giorno, con un incremento delle immatricolazioni di elettriche del 19% nei primi cinque mesi dell’anno.
Le ripercussioni varcano i confini russi. In Asia centrale, l’Uzbekistan registra forti rincari della benzina e il Kirghizistan ha chiesto aiuto a paesi terzi per garantirsi approvvigionamenti alternativi. Per l’Europa, la crisi non comporta rischi diretti di approvvigionamento, ma gli analisti del settore energetico osservano che un prolungato deficit di raffinazione russa potrebbe alterare i flussi globali di prodotti petroliferi, con possibili tensioni sui prezzi dei distillati nei mercati mediterranei. Il prossimo banco di prova sarà la scadenza del blocco alle esportazioni a fine luglio: se la produzione interna non sarà ripristinata, il governo potrebbe essere costretto a prolungare le restrizioni o ad ampliare il ricorso alle importazioni, con effetti a catena sui già fragili equilibri di bilancio di Mosca.
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Il blocco russo presenta la crisi del carburante come un problema tecnico e temporaneo, gestito con misure amministrative e importazioni. L'accento è sulla resilienza del sistema e sulla colpa di fattori esterni, come le sanzioni o le azioni nemiche. Non si menziona alcuna responsabilità interna o fallimento strutturale.
Il blocco europeo continentale presenta la crisi del carburante come un sintomo del fallimento sistemico della Russia, aggravato dalle sanzioni e dalla guerra. Si sottolinea l'urgenza e la portata del problema, con toni critici verso la gestione russa. La crisi è inquadrata come una conseguenza diretta delle scelte politiche e militari di Mosca.
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