
La Corte Suprema Usa cancella i limiti alle spese coordinate tra partiti e candidati
Con una decisione che ridisegna il finanziamento elettorale, i giudici conservatori rimuovono i tetti in vigore dal Watergate, aprendo a un maggiore afflusso di grandi donatori.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionali, con un voto di sei a tre, i limiti federali alle spese coordinate tra i partiti politici e i loro candidati. La sentenza, redatta dal giudice Brett Kavanaugh, stabilisce che i tetti imposti dal Federal Election Campaign Act violano il Primo Emendamento, equiparando la spesa politica a una forma di parola protetta. L’effetto immediato è la rimozione di ogni vincolo per i comitati nazionali di partito, che potranno ora finanziare direttamente e senza massimali le campagne dei candidati al Congresso e alla presidenza, a condizione di rispettare le altre norme sul finanziamento elettorale. La decisione arriva a meno di cinque mesi dalle elezioni di metà mandato e ribalta un precedente del 2001 che aveva invece confermato la legittimità di quei limiti.
Il ricorso era stato presentato nel 2022 dai comitati repubblicani di Senato e Camera e dall’allora candidato J.D. Vance, oggi vicepresidente. Secondo i ricorrenti, i limiti alle spese coordinate rappresentavano un’anomalia in un sistema già profondamente trasformato dalla sentenza Citizens United del 2010, che aveva liberalizzato le spese indipendenti di imprese e sindacati. L’amministrazione Trump, insediatasi dopo il deposito del caso, ha ritirato la difesa della legge schierandosi con i repubblicani. I tre giudici di nomina democratica, nella dissenting opinion firmata da Elena Kagan, hanno invece sostenuto che l’abolizione dei tetti consente ai grandi donatori di aggirare i limiti ai contributi diretti ai candidati, trasformando i partiti in «conti correnti alternativi» per le campagne e aumentando il rischio di corruzione quid pro quo.
Sul piano pratico, la sentenza avvantaggia il Partito Repubblicano, che dispone di una liquidità molto superiore a quella democratica: secondo i dati della Commissione elettorale federale, a fine maggio il Comitato nazionale repubblicano aveva circa 125 milioni di dollari in cassa, contro i 15 milioni del Comitato democratico, gravato anche da debiti. I donatori facoltosi, che possono versare a un partito somme molto più elevate rispetto ai 3.500 dollari consentiti per un singolo candidato, potranno ora indirizzare risorse ingenti verso i candidati prescelti, sebbene le norme federali continuino a vietare l’«earmarking» esplicito. Analisti di Bruxelles osservano che la decisione consolida una tendenza trentennale della Corte a smantellare le restrizioni al finanziamento della politica, con possibili ripercussioni sul dibattito europeo in materia di trasparenza e limiti alle donazioni, in un momento in cui anche in Italia si discute di riforma del finanziamento ai partiti.
La sentenza non modifica i limiti ai contributi individuali diretti ai candidati, ma ne riduce l’efficacia pratica, poiché i partiti potranno ora spendere senza vincoli in coordinamento con le campagne. Il prossimo banco di prova saranno le elezioni di novembre, quando i repubblicani cercheranno di mantenere il controllo del Congresso. La Corte, intanto, ha già calendarizzato per il prossimo termine altri casi legati al finanziamento elettorale, segnalando che il riassetto del quadro normativo non è concluso.
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La maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha abolito i limiti di lunga data alle spese coordinate dei partiti, una decisione che secondo i critici apre la porta a maggiore corruzione e favorisce gli interessi dei più ricchi. La sentenza, celebrata dai repubblicani e dal presidente Trump, ribalta una salvaguardia dell'era Watergate e ignora gli avvertimenti dei giudici dissenzienti, i quali sostenevano che nulla nel Primo Emendamento imponesse questo esito. Si tratta di un ulteriore passo nello smantellamento delle regole sul finanziamento elettorale, che suscita allarme per l'integrità della democrazia americana.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto ancora una volta i limiti alle spese per le campagne elettorali, eliminando le restrizioni federali sulle spese coordinate tra partiti e candidati. La sentenza, con 6 voti a favore e 3 contrari, si schiera con i repubblicani, che già godono di un vantaggio finanziario, ed è presentata come una questione di libertà di espressione, ma riflette un modello più ampio di decisioni giudiziarie favorevoli agli interessi economici. La decisione arriva mentre i principali comitati repubblicani si avviano alle elezioni di metà mandato con un significativo margine di cassa rispetto ai democratici.
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