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Danny Glover e la memoria che resta: «La vita continua, c’è ancora lavoro da fare»

L’attore di Arma letale ha rivelato la diagnosi di Alzheimer in un’intervista intima, circondato dalla famiglia, per raccontare la malattia con la propria voce.

«Ricordo quando Nelson Mandela uscì di prigione e stavamo camminando. Sua moglie Winnie si avvicinò e Mandela disse: “Winnie, ecco il tuo altro marito”. Fu divertente». Danny Glover racconta questo aneddoto a People, e la risata che lo accompagna è ancora piena, quasi a voler ribadire che certi momenti non si cancellano. Poche settimane prima, nel salotto di casa sua a San Francisco, davanti alle telecamere del Today Show, lo stesso sorriso si era incrinato in una confessione misurata: «Ho l’Alzheimer. In un certo senso, posso conviverci. Ma sono sicuro che, con l’avanzare della malattia, le cose saranno diverse e cambieranno». Intorno a lui, la figlia Mandisa e il fratello Marty annuivano in silenzio, a confermare che la scelta di parlare adesso, a quasi ottant’anni, era un atto di controllo sulla propria storia.

La diagnosi è arrivata nel 2023, poco dopo l’Oscar onorario che nel 2022 aveva celebrato il suo impegno umanitario con il Premio Jean Hersholt. Glover era già il volto bonario e saggio del detective Roger Murtaugh, quello che in Arma letale sospirava «I’m too old for this shit» accanto a un Mel Gibson scatenato. Ma la sua carriera, con oltre centosettanta titoli tra cinema e televisione, aveva radici più profonde: dal colore viola di Spielberg al Mandela televisivo del 1987, fino alle commedie eccentriche di Wes Anderson. Un percorso che lo ha reso una delle figure afroamericane più riconoscibili di Hollywood, senza mai smettere di essere un attivista per i diritti civili, ambasciatore Unicef e voce instancabile contro le disuguaglianze.

La decisione di rendere pubblica la malattia è maturata in famiglia. Mandisa ha raccontato di aver notato i primi segnali già nel 2022: il padre, capace di ripetere per decenni le stesse storie famigliari con precisione maniacale, improvvisamente perdeva dettagli. «A volte è presente, a volte no», ha detto la figlia, spiegando che era importante che fosse lui a parlare, finché poteva farlo con lucidità. Glover ha accettato la telecamera con la stessa compostezza con cui ha sempre affrontato i ruoli più scomodi: «Non ho ancora accettato tutto nella mia mente. Ci sono momenti che continui a ricordare e che ti confermano che puoi ricordare. E ci sono momenti che non dimenticherò mai». La famiglia spera che la sua testimonianza aiuti a ridurre lo stigma che circonda l’Alzheimer, una malattia che negli Stati Uniti colpisce oltre sette milioni di over 65, con un’incidenza doppia tra gli uomini neri.

La mattina, quando la mente è più limpida, Glover legge, guarda Democracy Now!, cerca nuovi argomenti. «Non sento che sia la fine della mia vita. C’è ancora lavoro da fare», ha detto. E in quella frase c’è la stessa ostinazione gentile del sergente Murtaugh, la stessa che lo ha portato a firmare autografi persino su un water portato da un fan – un aneddoto che lui stesso ricorda ridendo. La memoria si sfoca, ma l’immagine di un uomo che, alle soglie degli ottant’anni, sceglie di non scomparire nel silenzio, resta nitida.

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Danny Glover e la memoria che resta: «La vita continua, c’è ancora lavoro da fare»

L’attore di Arma letale ha rivelato la diagnosi di Alzheimer in un’intervista intima, circondato dalla famiglia, per raccontare la malattia con la propria voce.

«Ricordo quando Nelson Mandela uscì di prigione e stavamo camminando. Sua moglie Winnie si avvicinò e Mandela disse: “Winnie, ecco il tuo altro marito”. Fu divertente». Danny Glover racconta questo aneddoto a People, e la risata che lo accompagna è ancora piena, quasi a voler ribadire che certi momenti non si cancellano. Poche settimane prima, nel salotto di casa sua a San Francisco, davanti alle telecamere del Today Show, lo stesso sorriso si era incrinato in una confessione misurata: «Ho l’Alzheimer. In un certo senso, posso conviverci. Ma sono sicuro che, con l’avanzare della malattia, le cose saranno diverse e cambieranno». Intorno a lui, la figlia Mandisa e il fratello Marty annuivano in silenzio, a confermare che la scelta di parlare adesso, a quasi ottant’anni, era un atto di controllo sulla propria storia.

La diagnosi è arrivata nel 2023, poco dopo l’Oscar onorario che nel 2022 aveva celebrato il suo impegno umanitario con il Premio Jean Hersholt. Glover era già il volto bonario e saggio del detective Roger Murtaugh, quello che in Arma letale sospirava «I’m too old for this shit» accanto a un Mel Gibson scatenato. Ma la sua carriera, con oltre centosettanta titoli tra cinema e televisione, aveva radici più profonde: dal colore viola di Spielberg al Mandela televisivo del 1987, fino alle commedie eccentriche di Wes Anderson. Un percorso che lo ha reso una delle figure afroamericane più riconoscibili di Hollywood, senza mai smettere di essere un attivista per i diritti civili, ambasciatore Unicef e voce instancabile contro le disuguaglianze.

La decisione di rendere pubblica la malattia è maturata in famiglia. Mandisa ha raccontato di aver notato i primi segnali già nel 2022: il padre, capace di ripetere per decenni le stesse storie famigliari con precisione maniacale, improvvisamente perdeva dettagli. «A volte è presente, a volte no», ha detto la figlia, spiegando che era importante che fosse lui a parlare, finché poteva farlo con lucidità. Glover ha accettato la telecamera con la stessa compostezza con cui ha sempre affrontato i ruoli più scomodi: «Non ho ancora accettato tutto nella mia mente. Ci sono momenti che continui a ricordare e che ti confermano che puoi ricordare. E ci sono momenti che non dimenticherò mai». La famiglia spera che la sua testimonianza aiuti a ridurre lo stigma che circonda l’Alzheimer, una malattia che negli Stati Uniti colpisce oltre sette milioni di over 65, con un’incidenza doppia tra gli uomini neri.

La mattina, quando la mente è più limpida, Glover legge, guarda Democracy Now!, cerca nuovi argomenti. «Non sento che sia la fine della mia vita. C’è ancora lavoro da fare», ha detto. E in quella frase c’è la stessa ostinazione gentile del sergente Murtaugh, la stessa che lo ha portato a firmare autografi persino su un water portato da un fan – un aneddoto che lui stesso ricorda ridendo. La memoria si sfoca, ma l’immagine di un uomo che, alle soglie degli ottant’anni, sceglie di non scomparire nel silenzio, resta nitida.

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