
George Clooney e il Leone d’oro alla carriera: «Un onore immenso, ma significa che sto invecchiando»
L’attore e regista americano riceverà il massimo riconoscimento alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, coronando un legame trentennale con il festival e con l’Italia.
Era il 2005 quando George Clooney salì sul palco della Sala Grande per ritirare il premio per la sceneggiatura di Good Night, and Good Luck, il suo secondo film da regista, un bianco e nero denso di fumo e tensione civile. Allora il festival gli riconobbe uno scarto: non più solo il dottor Ross di E.R. o il ladro gentiluomo di Ocean’s Eleven, ma un autore capace di maneggiare la macchina da presa con ambizione e rigore. Vent’anni dopo, la Biennale ha deciso di chiudere il cerchio: su proposta del direttore artistico Alberto Barbera, il consiglio di amministrazione ha attribuito a Clooney il Leone d’oro alla carriera dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, in programma dal 2 al 12 settembre 2026.
La motivazione, diffusa dalla stessa Biennale e ripresa con ampiezza dalla stampa internazionale, disegna il profilo di un «artista completo e carismatico, appassionato e originale, che ha saputo trasformare una vocazione profonda in una delle parabole più luminose del cinema contemporaneo». Barbera ha insistito sulla versatilità dell’attore, capace di attraversare i generi – dal war movie di Three Kings e Syriana al thriller Michael Clayton, dalla fantascienza di Gravity e Solaris alla commedia agrodolce di Paradiso amaro e Tra le nuvole – senza mai tradire un registro personale fatto di ironia e malinconia, fascino e riflessione. I media russi, nel dare la notizia, hanno ricordato che il Leone d’oro alla carriera è stato assegnato in passato a figure come Charlie Chaplin, Ingrid Bergman, Federico Fellini e Clint Eastwood, collocando Clooney in una genealogia di giganti. La reazione dell’interessato è arrivata con una battuta che ne sintetizza lo stile: «Ho vissuto tantissimi momenti straordinari a Venezia. La Mostra è senza dubbio il mio festival preferito, e ricevere il Leone d’Oro è un onore immenso. Probabilmente significa anche che sto invecchiando, ma va bene così».
Il legame tra Clooney e il Lido ha la consistenza di una frequentazione quasi trentennale, scandita da apparizioni che la stampa francese definisce «da habitué». Il debutto risale al 1998, quando arrivò con Out of Sight di Steven Soderbergh, ancora identificato con il camice del pronto soccorso televisivo. Poi i ritorni regolari: nel 2000 con Fratello, dove sei? dei fratelli Coen, nel 2003 con Prima ti sposo, poi ti rovino, nel 2007 con Michael Clayton, nel 2013 come protagonista del film d’apertura Gravity. Da regista ha portato al Lido Le idi di marzo e Suburbicon, mentre nel 2024 ha calcato il red carpet accanto a Brad Pitt per Wolfs e nel 2025 ha presentato Jay Kelly di Noah Baumbach. A Venezia, nel 2014, ha anche sposato l’avvocatessa per i diritti umani Amal Alamuddin, in una cerimonia che per giorni ha calamitato l’attenzione dei media globali. I commentatori spagnoli sottolineano come l’attore abbia una casa sul lago di Como e consideri l’Italia una seconda patria, elemento che rende il riconoscimento veneziano quasi un omaggio familiare.
Al di là del glamour, il profilo che emerge dalle cronache italiane e internazionali è quello di un divo che ha costruito la propria credibilità sulla sostanza più che sull’immagine. I due Oscar – come attore non protagonista per Syriana e come produttore per Argo – e i quattro Golden Globe raccontano solo una parte della parabola. La critica italiana ha spesso evidenziato la coerenza con cui Clooney ha alternato blockbuster e progetti più personali, portando sullo schermo temi politici e sociali senza rinunciare all’eleganza formale. Il suo impegno umanitario, che gli è valso la nomina a Messaggero di Pace delle Nazioni Unite, e le prese di posizione pubbliche – incluso il recente editoriale anti-Trump sul New York Times – completano il ritratto di una figura che, per usare le parole di Barbera, «ha saputo trasformare una vocazione profonda in una delle parabole più luminose del cinema contemporaneo».
Quando a settembre il motoscafo attraccherà al pontile del Lido, Clooney troverà ad attenderlo un tappeto rosso che conosce a memoria e un premio che, più che un traguardo, suona come un riconoscimento di appartenenza. L’ultima immagine, prima dei flash e degli applausi, è quella di un uomo che scherza sull’età ma che, nel momento in cui riceverà il Leone, stringerà tra le mani il peso di una carriera che ha fatto della misura e dell’intelligenza la propria cifra. «Probabilmente significa anche che sto invecchiando», ha detto. E forse è proprio questa consapevolezza a rendere l’onore più vero.
| Stampa russa e CSI | +0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | +0.70 | aligned |
| Stampa latinoamericana | +0.10 | neutral |
La Russia riporta il premio come un atto ufficiale della Biennale, senza concedere spazio all'autoironia di Clooney.
L'omissione della battuta sull'invecchiamento trasforma un evento personale in un riconoscimento puramente istituzionale, rafforzando la distanza tra il soggetto e il lettore.
Viene omessa la frase di Clooney sull'invecchiamento, che nelle altre versioni umanizza il premio e lo rende più accessibile.
L'Europa continentale accoglie Clooney con affetto, celebrando il premio come un momento personale e ironico.
L'inclusione della battuta sull'invecchiamento e dei riferimenti alla sua storia veneziana trasforma il riconoscimento in un racconto intimo, avvicinando il divo al pubblico.
Viene omesso qualsiasi accenno a critiche o a un possibile declino della carriera, mantenendo una narrazione puramente positiva.
L'America Latina registra il premio come una notizia tra le altre, senza approfondimenti.
La brevità e l'assenza di citazioni personali trasformano l'evento in un semplice annuncio, privandolo di calore umano.
Viene omessa la reazione personale di Clooney e il contesto della sua carriera, riducendo la notizia a un titolo.
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