
L’oro consolida i guadagni mentre l’accordo USA-Iran ridisegna le attese sui tassi
Il metallo prezioso si mantiene sopra i 4.300 dollari l’oncia, sostenuto dal raffreddamento delle tensioni geopolitiche e dalla prospettiva di una Federal Reserve meno aggressiva sotto la nuova presidenza Warsh.
L’intesa provvisoria tra Washington e Teheran, che estende di sessanta giorni il cessate il fuoco e promette la riapertura dello Stretto di Hormuz, ha innescato un rapido riposizionamento sui mercati globali. Il conseguente crollo del greggio ai minimi di tre mesi ha allentato le pressioni inflazionistiche, ridimensionando le attese di ulteriori rialzi dei tassi americani proprio alla vigilia del primo verdetto della Federal Reserve sotto la guida di Kevin Warsh. In questo scenario, l’oro spot si è stabilizzato sopra quota 4.340 dollari l’oncia, mentre i future con consegna agosto hanno chiuso la seduta di martedì a 4.354 dollari, confermando una tenuta che gli analisti mediorientali attribuiscono tanto al venir meno del premio per il rischio geopolitico quanto alla prospettiva di una politica monetaria meno restrittiva.
Il quadro delineato dalle fonti americane e mediorientali rivela un’intesa ancora in fase di definizione: il presidente Trump ha dichiarato che l’accordo escluderà un’arma nucleare per l’Iran e consentirà a Teheran di tornare a vendere petrolio sui mercati internazionali. Tuttavia, osservatori europei e asiatici mantengono una certa cautela, sottolineando che i dettagli del memorandum restano riservati e che la riapertura effettiva dei flussi energetici attraverso Hormuz potrebbe richiedere più tempo del previsto. Il ritorno del greggio iraniano, comunque, ha già prodotto un effetto calmante sulle quotazioni del barile, trascinando al ribasso le aspettative di inflazione e, di riflesso, i rendimenti obbligazionari statunitensi.
Sui mercati fisici, il riflesso è immediato. A Dubai, hub di riferimento per il commercio dell’oro in Medio Oriente, il 24 carati si è attestato a 521,25 dirham al grammo, stabile per la seconda seduta consecutiva dopo il recupero dai minimi toccati il 10 giugno. Le piazze indiane, da sempre tra i maggiori consumatori di oro al mondo, osservano con interesse l’evoluzione del quadro: la combinazione di un dollaro meno tonico e di tassi reali contenuti favorisce la domanda di gioielleria e di investimento in un Paese dove il metallo giallo è profondamente radicato nella cultura del risparmio. In Brasile, gli operatori della Borsa di San Paolo hanno accolto con moderato ottimismo la tenuta dei future, pur restando vigili sulla solidità dell’accordo e sulla possibilità di nuove fibrillazioni in Medio Oriente.
La stabilità delle quotazioni aurifere, che dopo il tonfo di inizio giugno hanno riguadagnato terreno fino a sfiorare i massimi settimanali, riflette anche un fattore strutturale: gli acquisti delle banche centrali. Secondo analisti asiatici, la domanda ufficiale di oro prosegue come strategia di diversificazione delle riserve, in un contesto in cui la fiducia nel dollaro come ancora di stabilità viene periodicamente messa alla prova. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia – tradizionalmente esposta alle oscillazioni del prezzo dell’energia –, la distensione nel Golfo Persico rappresenta un doppio beneficio: mitiga i costi di importazione del petrolio e allenta le pressioni sulla Bce, che può così mantenere un approccio più accomodante senza temere fiammate inflazionistiche importate.
Guardando avanti, il mercato resta sospeso tra due forze contrastanti. Da un lato, la riduzione delle tensioni belliche toglie all’oro parte del suo appeal di bene rifugio estremo; dall’altro, un orizzonte di tassi più bassi – o semplicemente stabili – riduce il costo-opportunità di detenere lingotti e fondi auriferi. La decisione odierna del Federal Open Market Committee, la prima sotto la presidenza Warsh, fornirà indicazioni cruciali: se la banca centrale americana confermerà un atteggiamento paziente, l’oro potrebbe consolidare la soglia dei 4.350 dollari e prepararsi a un nuovo slancio. Molto dipenderà anche dalla capacità dell’accordo USA-Iran di trasformarsi in una pace duratura, un passaggio che gli osservatori internazionali continuano a monitorare con realismo e prudenza.
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L'accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran ha innescato un forte rally dell'oro e un netto calo dei prezzi del petrolio, allentando le pressioni inflazionistiche globali. I mercati ora guardano alle prossime decisioni delle banche centrali, con l'aspettativa che energia meno cara e minori rischi geopolitici modereranno i rialzi dei tassi.
I prezzi dell'oro si sono stabilizzati dopo un'impennata iniziale, mentre gli investitori attendono i dettagli completi dell'accordo USA-Iran. Nonostante l'ottimismo che l'intesa possa allentare le pressioni su inflazione e tassi, prevale la cautela fino alla cerimonia della firma e alla pubblicazione dei termini concreti.
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