
Trump e Pezeshkian firmano a Versailles l’intesa che riapre Hormuz e congela la guerra
Il memorandum di Islamabad, in 14 punti, sospende le ostilità, revoca il blocco navale e avvia negoziati di 60 giorni sul nucleare iraniano.
Nel cuore della notte tra mercoledì e giovedì, sotto gli ori di Versailles e a margine di una cena del G7, Donald Trump ha posato la firma su un documento che ridisegna gli equilibri del Medio Oriente. Pochi minuti dopo, da Teheran, il presidente Masoud Pezeshkian ha fatto altrettanto in via elettronica, mentre il premier pakistano Shehbaz Sharif controfirmava come mediatore. Il «Memorandum di Islamabad» – quattordici punti che Washington ha immediatamente reso pubblici – è entrato in vigore all’istante: lo Stretto di Hormuz, strozzato dalla guerra, è stato riaperto, e il blocco navale americano dei porti iraniani ha cominciato a dissolversi. Per l’Italia e l’Europa, che da mesi scontavano un’impennata dei prezzi energetici e l’incubo di una recessione indotta dal caro-petrolio, la notizia ha il sapore di uno scampato pericolo.
Il testo, snello ma carico di ambiguità strategiche, dichiara la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso, e impegna le parti a non minacciare né usare la forza reciproca. Washington revoca le sanzioni e sblocca i beni iraniani, promettendo un fondo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione; Teheran si impegna a non produrre armi nucleari e ad avviare, entro 60 giorni prorogabili, un negoziato finale che dovrà definire il destino dell’uranio arricchito. Il ritiro delle truppe americane dalle aree adiacenti all’Iran è previsto in trenta giorni, mentre la gestione futura di Hormuz sarà discussa con l’Oman. Restano in sospeso i nodi più spinosi: la diluizione delle scorte nucleari, il ruolo dei missili balistici e la sorte degli alleati regionali.
Le reazioni disegnano un quadro di vittorie asimmetriche. Da Washington, Trump alterna la minaccia di «bombardare l’inferno» in caso di violazioni a un inedito riconoscimento: «Sarebbe ingiusto che Teheran non avesse missili balistici». Il tycoon rivendica di aver scongiurato una «catastrofe economica» mondiale, ma gli analisti americani notano che l’intesa riporta le parti allo status quo ante bellum, con poche conquiste tangibili per gli Stati Uniti. A Teheran, il capo negoziatore Mohammad Baqer Qalibaf parla di «sconfitta record» per l’America, mentre i media statali esultano: «Abbiamo ottenuto ciò che volevamo, e molte volte di più». Il Pakistan incassa il dividendo diplomatico di una mediazione riuscita. Israele, non firmatario ma direttamente coinvolto, osserva con inquietudine il riferimento all’integrità territoriale del Libano, che non si traduce in un esplicito obbligo di ritiro.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la riapertura di Hormuz è un respiro vitale. Il corridoio da cui transitava un quinto del greggio mondiale era chiuso da mesi, con effetti a catena su inflazione e crescita. Bruxelles accoglie l’accordo con sollievo ma resta vigile: la tregua è fragile, sospesa a un negoziato di 60 giorni che dovrà affrontare la questione nucleare con garanzie verificabili. Da Pechino e Mosca, osservatori silenziosi, si registra la conferma di un mondo in cui la diplomazia parallela – pakistana, francese, svizzera – può ancora disinnescare conflitti che la macchina bellica americana e israeliana aveva innescato il 28 febbraio scorso.
La strada verso un accordo definitivo è lastricata di incognite. Il memorandum è un’intesa ponte, non un trattato: lascia a futuri colloqui in Svizzera la definizione degli aspetti più tecnici e politicamente esplosivi. A Washington, l’opposizione interna potrebbe crescere, mentre in Iran la promessa di non nuclearizzare resta condizionata alla revoca completa delle sanzioni. Il mondo trattiene il fiato: la pace è tornata a Hormuz, ma la sua durata dipenderà dalla capacità di due leadership profondamente diffidenti di trasformare un cessate il fuoco in un’architettura di sicurezza condivisa.
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Stati Uniti e Iran hanno firmato a distanza un memorandum per porre fine alla guerra, ma si sono subito scambiati minacce, sottolineando la fragilità della tregua. L'accordo è entrato in vigore immediatamente, ma la sfiducia reciproca e l'avvertimento di Trump di riprendere i bombardamenti mettono in dubbio la sua tenuta.
La firma dell'accordo USA-Iran a Versailles, durante la cena del G7, segna una svolta diplomatica. L'intesa riapre immediatamente lo Stretto di Hormuz e pone fine alle ostilità, con Trump che ammette la difficoltà dei negoziati. La stampa europea sottolinea l'aspetto cerimoniale e i passi concreti verso la pace, presentandolo come uno sviluppo positivo conquistato con fatica.
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