
Taiwan in bilico tra riarmo e dialogo: la strategia di Trump e le pressioni di Pechino
Mentre l'isola insiste per un pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari, Washington temporeggia e Pechino propone un'espansione del commercio duty-free, in un delicato equilibrio che coinvolge anche l'Europa.
Il dossier Taiwan torna a infiammare lo scacchiere indo-pacifico, ma questa volta la miccia è un paradosso: una maxi-commessa militare da quattordici miliardi di dollari che Taipei sollecita con urgenza e che Washington, con Donald Trump reduce dal vertice con Xi Jinping, sembra intenzionata a congelare. Fonti diplomatiche vicine al dossier rivelano che non sono previste né nuove notifiche di vendita di armi né una telefonata tra il presidente americano e il leader taiwanese Lai Ching-te, un gesto che segnerebbe una rottura dopo anni di sostegno esplicito. Lai, dal canto suo, ha ribadito davanti alla stampa estera che l’isola «non sarà sacrificata né usata come merce di scambio», mentre il capo della rappresentanza taiwanese negli Stati Uniti, Alexander Yui, ha lanciato un appello drammatico: la capacità di autodifesa è vitale di fronte a una minaccia crescente da Pechino.
Nell’ottica di Pechino, la richiesta di armamenti è l’ennesima prova che Taipei cerca l’indipendenza appoggiandosi a potenze straniere, una strada definita «senza uscita» dalla diplomazia cinese. Eppure, proprio mentre alza i toni sullo Stretto, la Cina gioca una carta economica sorprendente. L’ambasciatore a Washington Xie Feng, intervenendo a un galà del US-China Business Council, ha proposto di decuplicare il paniere di beni esentati dai dazi reciproci, portandolo fino a trecento miliardi di dollari. È un’offerta che rivela la strategia a tenaglia di Pechino: isolare politicamente Taiwan e al tempo stesso rendere sempre più interdipendente la relazione commerciale con gli Stati Uniti, nella speranza di diluire la solidarietà strategica americana verso l’isola.
A Taipei, però, l’umore pubblico è più sfumato di quanto la retorica ufficiale lasci intendere. Un sondaggio condotto dopo l’incontro Trump-Xi mostra che il 44,9 per cento dei taiwanesi punta sul rafforzamento di una difesa autonoma, mentre il 29,7 per cento preferirebbe gesti di buona volontà verso la Cina continentale e solo l’11,8 per cento sceglie l’approfondimento della cooperazione con gli Stati Uniti. La società taiwanese sembra aver interiorizzato la lezione di un’amministrazione Trump transazionale, che tratta gli alleati come pedine negoziabili. Sul fronte regionale, Lai ha smorzato le preoccupazioni per la delimitazione delle zone economiche esclusive tra Giappone e Filippine, chiarendo che Pechino non ha alcun titolo su quelle acque e che i diritti di Taiwan restano protetti dal diritto internazionale. Intanto, l’incontro con due deputate americane del Congressional Black Caucus ha ribadito la richiesta di cooperazione in difesa, tecnologia e industria, oltre a un accordo contro la doppia imposizione fiscale.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questa partita a tre ha implicazioni tutt’altro che remote. Lo Stretto di Taiwan è un collo di bottiglia per le catene globali dei semiconduttori e per le rotte marittime da cui dipende l’export manifatturiero italiano. Un’escalation militare, o anche solo un errore di calcolo, innescherebbe shock sistemici che colpirebbero la già fragile ripresa del continente. Gli analisti di Bruxelles osservano con apprensione il nuovo equilibrismo americano: se da un lato la pausa sulle armi può apparire come un gesto distensivo verso Pechino, dall’altro rischia di incoraggiare una corsa al riarmo unilaterale di Taipei e di indebolire la credibilità delle garanzie di sicurezza occidentali. In questo intreccio di pressioni militari, offerte commerciali e diplomazia parlamentare, la vera incognita è se il dossier Taiwan diventerà il terreno di una nuova guerra fredda oppure l’occasione per ridisegnare, con realismo, gli equilibri di un Pacifico sempre più conteso.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa latinoamericana dipinge Taiwan come un'isola indipendente e democratica che resiste alle pressioni di Pechino. L'ambivalenza di Washington e l'avvertimento di Xi Jinping a Trump riaccendono i timori di un sacrificio geopolitico. Il presidente Lai difende i legami militari con gli Stati Uniti, dichiarando che l'isola non sarà merce di scambio.
La stampa cinese sottolinea la volontà di Pechino di espandere il commercio esente da dazi con gli Stati Uniti, proponendo un aumento di dieci volte. Un sondaggio evidenzia che più taiwanesi preferiscono la buona volontà verso la Cina continentale rispetto all'approfondimento dei legami con Washington. La narrazione suggerisce che la stabilità economica e la benevolenza reciproca siano la via maestra, ridimensionando la questione delle vendite di armi.
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