
Occupazione record ma salari in ritardo: il paradosso del lavoro globale
Il rapporto Ocse 2026 mostra mercati del lavoro resilienti e disoccupazione ai minimi, ma il potere d’acquisto resta indietro, con l’Italia fanalino di coda tra le grandi economie.
I mercati del lavoro dei paesi Ocse hanno raggiunto un nuovo massimo storico di 670 milioni di occupati, con un tasso di disoccupazione fermo al 4,9%, vicino ai minimi da decenni. Eppure, in circa un terzo delle economie del blocco i salari reali non hanno ancora recuperato le perdite provocate dall’inflazione. Il dato che cambia lo stato delle cose è proprio questa forbice: la quantità di lavoro non si traduce in un corrispondente recupero del potere d’acquisto, e il nuovo shock dei prezzi energetici rischia di allargarla ulteriormente. L’Italia incarna questa tensione in modo estremo: il tasso di occupazione ha toccato il 62,8%, un record, ma restano oltre nove punti di distacco dalla media Ocse, concentrati tra donne e giovani, mentre i salari reali sono inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021, il ritardo più pesante tra le grandi economie dell’organizzazione.
Il paradosso italiano si spiega con una crescita dell’occupazione che ha privilegiato settori a bassa produttività come costruzioni e turismo, pur registrando un aumento dei contratti a tempo indeterminato. Secondo gli economisti dell’Ocse, il luogo in cui si vive determina in modo crescente le opportunità: nelle province più deboli la disoccupazione è oltre quattro volte superiore a quella delle aree forti, un divario doppio rispetto alla media dei paesi membri. La mobilità interna, anziché ridurre le disparità, le accentua, perché a spostarsi sono i lavoratori più giovani e istruiti. Un fenomeno nuovo segnalato dal rapporto è la diffusione delle clausole di non concorrenza, che riguardano tra il 7% e il 18% dei dipendenti privati italiani e che, secondo l’Autorità Garante della Concorrenza, iniziano a comparire anche in settori dove la tutela di segreti industriali appare pretestuosa.
Sul fronte dell’intelligenza artificiale, i timori di una distruzione di massa di posti di lavoro non trovano ancora conferma nei dati. Un rapporto del governo australiano, il primo nel suo genere, mostra che l’occupazione nelle professioni più esposte all’IA è cresciuta del 5,6% dal novembre 2022, contro il 9,5% di quelle meno esposte, con un possibile effetto frenante di circa il 2% rispetto al trend pre-ChatGPT, ma senza evidenze definitive di licenziamenti diffusi. Anche in Germania, il responsabile della ricerca macroeconomica di Deutsche Bank, Jim Reid, invita a guardare alla storia economica: ogni innovazione ha generato paure di disoccupazione che non si sono mai realizzate su larga scala, anche se i benefici di produttività dell’IA richiederanno anni per essere pienamente incorporati nelle imprese.
L’Ocse stima per l’Italia una flessione dei salari reali dello 0,9% nel 2026 e un aumento appena dello 0,2% nel 2027, frenato dai pochi rinnovi contrattuali in calendario. Il prossimo indicatore da osservare sarà l’evoluzione dei prezzi dell’energia e il loro impatto sulle buste paga, mentre i governi sono chiamati a investire in politiche attive del lavoro, formazione e infrastrutture per colmare i divari territoriali e settoriali. La resilienza quantitativa del mercato del lavoro, avvertono da Parigi, non è garantita in assenza di un recupero della produttività e del potere d’acquisto.
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L'Italia denuncia il proprio divario salariale come il più grave tra le grandi economie Ocse, chiedendo interventi strutturali.
Il rapporto Ocse viene utilizzato come metro di paragone oggettivo per trasformare un dato nazionale in un'anomalia sistemica, spostando la responsabilità sulle politiche economiche.
Omette i casi di crescita salariale in Russia e la crisi occupazionale in Libano, che relativizzerebbero la specificità italiana.
Il Libano subisce una catastrofe occupazionale che richiede un intervento umanitario immediato.
I dati dell'ILO vengono presentati come una testimonianza diretta della sofferenza dei lavoratori, trasformando statistiche in un appello emotivo.
Omette i miglioramenti occupazionali in Italia e la crescita salariale in Russia, che attenuerebbero la percezione di crisi globale.
La Russia dimostra una crescita salariale rapida in settori chiave, confermando la solidità del mercato del lavoro.
Si selezionano i settori con i maggiori incrementi salariali per creare una narrazione di successo, ignorando la media generale.
Omette la stagnazione salariale in Italia e la crisi in Libano, che contraddirebbero l'immagine di un mercato del lavoro globalmente in salute.
Córdoba rivela una vulnerabilità occupazionale che supera di gran lunga la disoccupazione ufficiale, denunciando un mercato del lavoro precario.
Un dato locale viene elevato a indicatore nazionale, suggerendo che il problema è sistemico e non circoscritto.
Omette i record occupazionali in Italia e la crescita salariale in Russia, che mostrerebbero che non tutti i mercati del lavoro sono in crisi.
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