
L’Iran saluta il Mondiale tra rimpianti e accuse: “Equità minata”
Eliminati per un soffio dopo tre pareggi, gli iraniani lasciano Tijuana ringraziando il Messico e denunciando disparità di trattamento.
La corsa dell’Iran si è fermata nella hall di un albergo di Tijuana, davanti a uno schermo che trasmetteva Austria-Algeria. Quando l’Algeria è passata in vantaggio nei minuti di recupero, la stanza è esplosa: sarebbe bastato quel risultato per regalare alla nazionale di Amir Ghalenoei una storica qualificazione agli ottavi. Poi, il pareggio austriaco ha spento ogni speranza, lasciando i giocatori in un silenzio attonito. Era l’ultimo atto di un percorso segnato da tre pareggi nel Gruppo G — 2-2 con la Nuova Zelanda, 0-0 con il Belgio, 1-1 con l’Egitto — e da un gol annullato a Khalilzadeh nei minuti finali contro gli egiziani per un fuorigioco millimetrico, che avrebbe cambiato la storia.
L’epilogo sportivo è solo la superficie di un torneo vissuto in condizioni eccezionali. A causa delle tensioni seguite ai raid aerei di Stati Uniti e Israele dello scorso febbraio, la federazione iraniana aveva dovuto rinunciare al ritiro previsto in Arizona e trasferire la propria base a Tijuana, appena oltre il confine messicano. Secondo fonti vicine alla delegazione, undici dirigenti federali, tra cui il presidente Mehdi Taj, ex membro dei Guardiani della Rivoluzione, non hanno ottenuto il visto per entrare negli Stati Uniti. La squadra è stata autorizzata a raggiungere le sedi delle partite solo il giorno prima dei primi due incontri, con un leggero allentamento — due giorni di anticipo — soltanto per la sfida di Seattle. Rientrare in Messico dopo ogni gara era un obbligo, non una scelta.
La reazione iraniana ha unito gratitudine e denuncia. In un messaggio scritto lasciato a Tijuana, la squadra ha ringraziato la città messicana: “La vera ospitalità si basa su rispetto, umanità e dignità. Non dimenticheremo mai la gentilezza del popolo di Tijuana. Da oggi il Messico sarà la nostra seconda casa e la nostra seconda nazionale”. Ma lo stesso testo, ripreso dalla stampa internazionale, sollevava interrogativi sull’equità del torneo: “Abbiamo vissuto una serie di decisioni, arrangiamenti logistici e circostanze che hanno minato il senso di giustizia”. Il riferimento, senza citare esplicitamente la Fifa o le autorità americane, includeva anche il gol annullato e la sensazione che non tutte le squadre avessero gareggiato “in condizioni uguali e con gli stessi standard professionali”.
Da Washington, la risposta è arrivata con toni ben diversi. Il Segretario per la Sicurezza Interna Markwayne Mullin, durante un briefing, ha dichiarato di aver “ballato una danza felice” alla notizia dell’eliminazione iraniana, aggiungendo che quasi metà della delegazione non giocatrice aveva legami diretti con i Guardiani della Rivoluzione. La replica della nazionale, affidata a un comunicato, ha parlato di “meschinità che non tollera nemmeno la presenza di una squadra di calcio sul più grande palcoscenico mondiale”. Intanto, a Tijuana, oltre centocinquanta tifosi messicani si sono radunati sotto l’albergo scandendo “Iran, fratello, ora sei messicano!”, offrendo un ultimo abbraccio prima del decollo verso Teheran.
L’Iran torna a casa imbattuto ma fuori dal torneo, con l’amarezza di un’occasione storica sfumata per un dettaglio tecnico e per un groviglio di veti incrociati. Resta la domanda, lasciata in eredità dalla nota della squadra, se il fair play possa davvero convivere con un Mondiale in cui la geopolitica entra negli spogliatoi e decide gli orari dei voli. Per la prima volta, una nazione partecipante si è trovata in conflitto aperto con il paese ospitante: un precedente che, al di là dei risultati, peserà sul futuro delle competizioni organizzate in contesti di tensione internazionale.
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