
Da un’aula di Sydney al grande schermo: la strana coincidenza di Moana e Supergirl
Due ex studentesse della stessa scuola di arti performative di Newtown diventano star globali, mentre il live-action Disney divide la critica anglosassone e il pubblico.
Sulla parete di un cinema di Newtown, sobborgo bohémien di Sydney, campeggiano due manifesti che sembrano raccontare una storia sola. Da un lato Catherine Lagaʻaia, diciannove anni, nei panni di Moana nel remake live-action Disney; dall’altro Milly Alcock, ventisei anni, che indossa il mantello di Supergirl. Entrambe sono cresciute a pochi isolati di distanza, entrambe hanno mosso i primi passi sul palco della Newtown High School of Performing Arts, e per una rara coincidenza i loro film sono usciti lo stesso giorno. È un’immagine che condensa un intreccio di formazione, talento e industria, e che ha spinto il capo insegnante di recitazione, Daniel Kavanagh, a rovistare nella memoria fino al provino di una bambina di undici anni.
Kavanagh ricorda di non aver cercato doti attoriali già formate in quella ragazzina figlia d’arte – il padre è il cantante e attore Jay Lagaʻaia – ma «la capacità di ascoltare, collaborare e usare la creatività». Catherine, per tutti Katie, era brillante e positiva, e anni dopo, quando il ruolo di Moana arrivò nel bel mezzo dell’ultimo anno di superiori, non si tirò indietro: sostenne gli esami finali dagli Stati Uniti, in una sessione speciale concordata con l’ente scolastico del Nuovo Galles del Sud, mentre sul set alternava riprese e compiti spediti via email. Milly Alcock, di qualche anno più grande, Kavanagh la ricorda «misurata, riflessiva, analitica», sempre silenziosa a prendere appunti. La scuola le offrì una borsa di studio parziale per un viaggio di formazione nel Regno Unito, e lì, racconta l’insegnante, «si illuminò». Poi venne la serie Upright accanto a Tim Minchin, e la scuola dovette arrendersi all’impossibilità di farle concludere il percorso di studi tradizionale.
Il live-action di Moana, diretto da Thomas Kail e girato in gran parte sull’isola hawaiiana di O‘ahu, ha mobilitato un budget di circa 250 milioni di dollari e ha riportato Dwayne Johnson nei panni del semidio Maui, ruolo a cui l’attore dice di essere legato perché ispirato a suo nonno. La produzione ha insistito sulla volontà di onorare l’eredità polinesiana, con mesi di addestramento in canoa e scene filmate in mare aperto. Eppure, all’arrivo nelle sale, il film si è scontrato con un’accoglienza critica che negli Stati Uniti e nel Regno Unito ha assunto toni insolitamente aspri: «piatto», «spento», «un doppione superfluo di contenuto monetizzabile» hanno scritto testate come il Guardian e il Times, mentre l’Independent gli ha riservato una stella su cinque. Non sono mancate voci favorevoli – Variety ha parlato di un film che «sfugge alla maledizione dei remake» – ma il verdetto prevalente è stato di un’operazione meccanica, con Johnson «col pilota automatico» e un uso così massiccio di effetti digitali da far sembrare il live-action «un altro cartone animato».
La discussione si inserisce in un dibattito più ampio che in Europa e in Nord America accompagna ormai da anni la strategia Disney di riscrivere in carne e pixel i propri classici. Dalla stampa francofona, in particolare, è arrivata una domanda secca: perché? L’originale Moana del 2016, si fa notare, è invecchiato benissimo, a differenza di casi come Il libro della giungla o La bella e la bestia, dove tra originale e remake erano passati decenni. Qui il distacco è minimo, e il sospetto di un’operazione puramente commerciale si è tradotto in un’apertura al botteghino nordamericano ben al di sotto delle attese, con proiezioni scese rapidamente da 60-65 milioni a 40-45 milioni di dollari nel primo weekend.
In questo crocevia di aspirazioni artistiche e logiche industriali, resta l’immagine di due ragazze che da un’aula scolastica dell’inner west di Sydney sono approdate ai manifesti di tutto il mondo. Milly Alcock, che dieci anni fa prendeva appunti in silenzio osservando ogni dettaglio, e Catherine Lagaʻaia, che tra una scena e l’altra inviava compiti di matematica, raccontano forse più di ogni recensione la distanza tra la normalità di un banco di scuola e la vertigine dello schermo globale.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa africana subsahariana | −0.80 | critical |
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
Celebriamo le nostre star locali riconoscendo i difetti del film; il successo della scuola è innegabile ma il film stesso è una delusione.
Giustapponendo la storia di successo locale con il fallimento critico e commerciale del film, la narrazione crea un quadro equilibrato ma leggermente deludente.
Il live-action di Moana è un fallimento desolante, un rifacimento piatto e noioso che tradisce lo spirito dell'originale.
Usando forti aggettivi negativi e citando il consenso critico, la narrazione presenta il film come una delusione inequivocabile, senza lasciare spazio a punti di vista alternativi.
Il blocco omette l'angolazione locale positiva sulla scuola delle star e l'andamento al botteghino, concentrandosi solo sulla ricezione critica.
Il live-action di Moana è un'uscita estiva, un adattamento fedele con alcuni cambiamenti, con una nuova attrice.
Presentando il film come un evento semplice senza linguaggio valutativo, la narrazione evita di prendere posizione, informando semplicemente i lettori della sua esistenza.
Il blocco omette qualsiasi ricezione critica o dato al botteghino, presentando solo i fatti di base dell'uscita.
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