
L’intesa Trump-Iran getta Netanyahu nel silenzio: Israele escluso, elezioni a rischio
Firmato a Versailles il memorandum che ferma la guerra, il premier israeliano tace mentre monta la rabbia interna e Washington rivendica il ruolo di garante della sicurezza.
La firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, avvenuta a Versailles sotto lo sguardo compiaciuto di Donald Trump, ha prodotto un silenzio assordante a Gerusalemme. Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano e alleato storico di Washington, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche dopo l’annuncio dell’accordo che pone fine a quattro mesi di ostilità iniziate lo scorso febbraio. Il patto, articolato in quattordici punti, è stato presentato da Trump come uno strumento capace di eliminare la minaccia nucleare iraniana, ma per Israele rappresenta una sconfitta strategica: Tel Aviv non solo è stata tenuta all’oscuro dei negoziati, ma vede vanificati gli obiettivi militari perseguiti con l’offensiva contro Hezbollah in Libano e contro lo stesso Iran.
Negli ambienti politici israeliani la reazione è stata di sconcerto e rabbia. L’estrema destra, con il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, ha già respinto l’intesa, mentre l’ambasciatore all’ONU Danny Danon l’ha definita pubblicamente «molto negativa». I media di Tel Aviv, tradizionalmente vicini a Netanyahu, hanno attaccato gli inviati americani, ma l’opposizione interna va ben oltre: crescono le voci che chiedono le dimissioni del premier, accusato di aver condotto il Paese in un vicolo cieco. Con elezioni politiche previste entro ottobre, il silenzio di Netanyahu appare sempre più come il preludio di una crisi di governo senza precedenti.
Da Washington, Trump non ha nascosto la propria frustrazione per le resistenze israeliane, arrivando a dichiarare che senza di lui «Israele non esisterebbe» e che Tel Aviv dovrebbe mostrare gratitudine anziché ostacolare la pace. L’intesa, secondo fonti americane, garantisce la sicurezza di Israele più di quanto avrebbe potuto fare una campagna militare prolungata, neutralizzando il pericolo nucleare iraniano. Eppure, a Teheran l’accordo viene letto come una vittoria politica: il regime è sopravvissuto all’offensiva congiunta di due delle maggiori potenze militari mondiali, e ora può tornare a giocare un ruolo regionale senza l’assedio militare. Per Netanyahu, invece, si profila l’ora più buia: il conflitto non ha prodotto vincitori, ma il premier israeliano ne esce come il principale sconfitto, con la sua credibilità interna e internazionale gravemente compromessa.
L’Europa osserva con attenzione le ricadute dell’intesa. La prospettiva di una stabilizzazione, seppur fragile, del fronte mediorientale potrebbe allentare le pressioni sui mercati energetici, con effetti positivi sui prezzi del petrolio e del gas, cruciali per l’Italia e per l’intero continente. Bruxelles, tuttavia, resta cauta: l’esclusione di Israele dal tavolo negoziale rischia di alimentare nuove tensioni, specie se Netanyahu decidesse di rilanciare le operazioni militari in Libano, sfidando apertamente Washington. Una mossa che molti analisti, da Tel Aviv a Washington, definirebbero un suicidio politico. Il destino del premier israeliano, appeso al filo di un memorandum che non ha scritto né condiviso, potrebbe segnare non solo la fine di una carriera, ma anche l’inizio di una fase di instabilità imprevedibile per l’intera regione.
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L'intesa tra Stati Uniti e Iran ha inferto un duro colpo alla credibilità di Netanyahu, lasciandolo in silenzio e politicamente esposto. L'opinione pubblica israeliana è in ebollizione, con richieste di dimissioni dopo il fallimento contro Iran, Hamas e Hezbollah. L'accordo viene dipinto come un'umiliante battuta d'arresto che potrebbe innescare elezioni anticipate e porre fine alla sua carriera.
Il silenzio di Netanyahu dopo l'accordo di pace tra Stati Uniti e Iran sottolinea il suo isolamento politico e il fallimento della sua campagna militare. L'intesa, che ha escluso Israele, ha scatenato una reazione interna e minaccia le sue prospettive elettorali. Gli analisti vedono l'accordo come una sconfitta strategica che lascia l'Iran in piedi nonostante l'offensiva di un mese.
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