
L’IA ridisegna il lavoro: 80 milioni di posti esposti in Asia, ma l’occupazione tiene
Un rapporto dell’ILO sfata il mito della distruzione di massa: l’automazione aumenta le competenze ibride, mentre nella Silicon Valley i migliori ingegneri lasciano Google per le startup dell’AI.
Secondo un rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa 79,8 milioni di lavoratori nel Sud-est asiatico – il 22,9% dell’occupazione totale nei paesi ASEAN – svolgono mansioni che l’intelligenza artificiale può già automatizzare o potenziare. Di questi, 11,7 milioni si trovano nelle occupazioni a più alta esposizione. Eppure, dal 2017 a oggi, l’occupazione in queste stesse categorie è cresciuta, anche dopo l’avvento dell’AI generativa, senza che si siano registrati licenziamenti di massa. Singapore guida la classifica con il 42,2% dei lavoratori in ruoli esposti all’AI, ma è anche il paese più preparato grazie a infrastrutture digitali avanzate e a una strategia governativa coordinata.
Il fenomeno non è confinato all’Asia. Negli Stati Uniti, i dati della piattaforma Indeed mostrano che i titoli professionali contenenti la dicitura “AI” sono passati da 264 nel 2022 a 822 nel primo trimestre del 2026, e il 63% di questi riguarda settori non tecnologici: management, marketing, istruzione. Non si tratta di sostituire i lavoratori, ma di aggiungere competenze ibride: un fisioterapista che usa l’AI per la documentazione resta un fisioterapista. Secondo gli analisti del lavoro americani, la relazione tra esposizione all’AI e offerte di lavoro si è ribaltata, passando da una dinamica di distruzione a una di creazione di posti. L’AI fluency, più che la specializzazione tecnica, sta diventando il nuovo requisito trasversale.
Questa trasformazione sta ridefinendo l’idea stessa di “buon lavoro”. Nella Silicon Valley, Google vede crescere le dimissioni di talenti verso startup dell’AI come OpenAI e Anthropic, attirati dall’equity milionaria e da un impatto diretto, mentre la stabilità è incrinata dai 12.000 licenziamenti del 2023. A Giacarta, il governo indonesiano affronta un paradosso: il 92% dei lavoratori della conoscenza usa già l’AI generativa, ma solo il 23% delle organizzazioni è pronto, frenato anche da una conoscenza dell’inglese ancora bassa. Al vertice ONU WSIS 2026, il ministro Meutya Hafid ha presentato un modello a tre pilastri – connettività, crescita e protezione – e ha annunciato la disattivazione di oltre 5 milioni di account di minori di 16 anni in applicazione delle nuove norme sulla tutela dell’infanzia digitale.
La prossima tappa sarà l’adozione del Regolamento presidenziale sull’AI che l’Indonesia sta finalizzando, mentre l’ILO ricorda che gli esiti dipenderanno dalle politiche per costruire preparazione e resilienza. In un mercato del lavoro sempre più ibrido, la capacità di governare la transizione – e non la tecnologia in sé – segnerà il confine tra opportunità e disuguaglianza.
| Stampa sud-est asiatica | +0.20 | neutral |
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| Stampa atlantica / anglosfera | +0.70 | aligned |
L'Indonesia promuove un modello di trasformazione digitale equilibrato, proteggendo i bambini e preparando i giovani come innovatori AI.
Il rapporto ILO viene usato come base neutrale per legittimare l'agenda politica, inquadrando l'IA come un'opportunità che richiede una guida statale.
Il blocco omette il rischio che l'IA sostituisca i lavori impiegatizi di basso livello e crei un gap nel pipeline di talenti, come evidenziato in altri blocchi.
I lavoratori devono abbracciare l'IA come strumento per migliorare le proprie carriere, non temerla.
Tendenze dei dati e storie di successo personali creano una narrazione di agenzia individuale e ottimismo, minimizzando i rischi strutturali.
Il blocco omette il focus regionale dell'ILO sull'ASEAN e il rischio che l'IA sostituisca i lavori di ingresso, specialmente nelle economie in via di sviluppo.
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