
L'allarme dell'intelligence USA: Netanyahu rischia di far deragliare l'accordo con l'Iran
I servizi segreti americani avvertono che la sopravvivenza politica del premier israeliano dipende dalla continuazione della guerra in Libano, mettendo a repentaglio l'intesa fragile tra Washington e Teheran.
Un rapporto dei servizi di intelligence statunitensi, circolato in questi giorni negli ambienti dell'amministrazione Trump, lancia un allarme preciso: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sotto la pressione di una campagna elettorale imminente e di un'opinione pubblica favorevole all'escalation, potrebbe deliberatamente compromettere il memorandum d'intesa appena siglato tra Washington e Teheran. Secondo le valutazioni raccolte dalla stampa americana, la sopravvivenza politica di Netanyahu è ormai legata alla dimostrazione che le forze israeliane non si ritireranno dal Libano e che la pressione militare su Hezbollah non solo continuerà, ma si intensificherà. Qualsiasi cessazione delle ostilità o ritiro unilaterale verrebbe percepita in Israele come una sconfitta personale del premier, in un clima in cui il 70 per cento degli ebrei israeliani, secondo un sondaggio dell'Institute for National Security Studies, sostiene un inasprimento del conflitto.
La reazione dell'amministrazione Trump è stata immediata e pubblica: fonti vicine alla Casa Bianca hanno ricordato a Tel Aviv che il memorandum non impedisce a Israele di rispondere a eventuali attacchi di Hezbollah, ma hanno al contempo messo in guardia da operazioni unilaterali che potrebbero far deragliare un'intesa considerata cruciale per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per scongiurare una crisi economica globale. In quest'ottica, gli interessi israeliani vengono soppesati rispetto a un bene giudicato superiore: la stabilizzazione dei mercati energetici, che tocca direttamente anche l'Europa e l'Italia, fortemente dipendenti dai flussi di greggio che transitano per quel passaggio strategico. Non a caso, i colloqui previsti in Svizzera tra delegazioni americane e iraniane sono stati rinviati, e il vicepresidente J.D. Vance ha annullato la propria missione, segnalando la fragilità del percorso diplomatico.
Dal fronte israeliano, la frustrazione verso i termini dell'intesa è palpabile. Negli ambienti governativi di Tel Aviv si ritiene che l'accordo mini l'obiettivo strategico del "massimo pressione" su Teheran e limiti la libertà d'azione contro Hezbollah, il cui attacco con droni del 29 khordād (secondo il calendario iraniano) ha ucciso quattro soldati israeliani, innescando una nuova ondata di bombardamenti sul Libano meridionale. Ministri come Itamar Ben-Gvir hanno adottato una retorica incendiaria, invocando la distruzione del Libano, mentre analisti della sicurezza israeliana, come Danny Citrinowicz, sottolineano il rischio di uno "scontro frontale" con un presidente americano che, dopo aver accettato di ingaggiare una guerra economica e per procura contro l'Iran su richiesta di Netanyahu, ora cerca un'intesa stabile. La tensione è aggravata dal fatto che, secondo fonti dell'intelligence americana, anche il semplice mantenimento delle truppe israeliane nel sud del Libano – senza un ritiro completo – basterebbe a rendere quasi certo il riaccendersi degli scontri con Hezbollah, configurando quella che un funzionario ha definito "una ricetta per il disastro".
Il dossier si trova dunque in un equilibrio precario. Da un lato, Washington dispone di leve concrete per moderare le azioni israeliane: l'interruzione delle forniture di munizioni, carburante per aerei, supporto logistico e la sospensione della condivisione di intelligence vitale, oltre al possibile ritiro delle forze americane che proteggono lo spazio aereo israeliano. Dall'altro, la prospettiva delle elezioni autunnali in Israele spinge Netanyahu a dimostrare una linea di fermezza assoluta, in un contesto in cui decine di migliaia di sfollati dal nord del paese chiedono l'annientamento di Hezbollah. I prossimi passi dipenderanno dalla capacità dell'amministrazione Trump di tenere assieme la pressione su Tel Aviv e il negoziato con Teheran, mentre l'Europa – e l'Italia in particolare – osserva con apprensione un possibile shock energetico che potrebbe materializzarsi se il fragile cessate-il-fuoco libanese dovesse saltare.
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Le agenzie di intelligence statunitensi avrebbero avvertito l'amministrazione Trump che Israele, sotto Netanyahu, potrebbe adottare misure capaci di compromettere il nascente accordo di pace con l'Iran. La preoccupazione riguarda la determinazione israeliana a proseguire le operazioni militari contro Hezbollah in Libano, violando una clausola chiave dell'intesa che prevede la fine delle ostilità. Il rapporto evidenzia le crescenti tensioni tra il governo Netanyahu e i funzionari Trump.
Avvertimenti dell'intelligence all'amministrazione Trump rivelano l'intenzione 'confusa' di Netanyahu di far potenzialmente deragliare gli sforzi per una pace duratura con l'Iran. Israele sembra determinato a proseguire le operazioni militari in Libano, rischiando di violare un elemento centrale dell'accordo emergente. La valutazione giunge in un clima di crescenti attriti tra il gabinetto Netanyahu e i funzionari statunitensi che hanno pubblicamente messo in guardia Israele.
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