
L’Aiea esige verifiche ‘molto robuste’ sul nucleare iraniano dopo l’intesa preliminare
Il direttore Grossi avverte che le intenzioni di Teheran non bastano, mentre restano incognite sull’accesso ai siti bombardati e sulla sorte dell’uranio arricchito.
A una settimana dalla firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran che ha aperto una finestra di sessanta giorni per negoziare la fine del conflitto mediorientale, il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, ha dichiarato da Tokyo che sarà necessario un sistema di verifica «molto robusto» per garantire che Teheran non sviluppi armi nucleari. L’intesa preliminare, raggiunta dopo mesi di guerra seguiti ai massicci raid americani e israeliani dello scorso febbraio, affida esplicitamente all’Aiea la supervisione della componente nucleare, ma le dichiarazioni contrastanti delle parti stanno già mettendo alla prova la tenuta dell’accordo. Secondo fonti diplomatiche occidentali, la credibilità dell’intero processo dipenderà dalla capacità dell’agenzia di accedere senza restrizioni agli impianti, compresi quelli colpiti dai bombardamenti del giugno 2025.
La posizione di Teheran, espressa dal vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, è che non vi sarà alcun accesso ai siti attaccati fino alla conclusione di un accordo definitivo e alla revoca delle sanzioni. Una linea che collide con quanto affermato dal presidente Trump, il quale aveva parlato di un via libera pieno e completo alle ispezioni. Nell’ottica iraniana, il diritto a un programma nucleare civile resta inalienabile e le ispezioni devono essere negoziate, non imposte. Grossi, pur confermando che «conversazioni iniziali» sono in corso, ha ricordato che l’Aiea non ha prove di movimentazione del materiale nucleare dal 2015, ma ha bisogno di certezze: «Le intenzioni non bastano», ha scandito, aggiungendo che l’agenzia conta di essere sul terreno «presto».
L’incognita più urgente riguarda lo stock di uranio arricchito. Prima dell’interruzione della cooperazione, seguita agli attacchi israelo-americani di giugno 2025, l’Aiea stimava che l’Iran possedesse circa 440 chilogrammi di uranio al 60%, una purezza prossima alla soglia del 90% necessaria per un ordigno. Da allora gli ispettori non hanno più avuto accesso al materiale, che secondo l’impressione prevalente si troverebbe ancora nei pressi dell’impianto di Isfahan, a sua volta bombardato. Il memorandum prevede il «downblending», ovvero la diluizione, sotto supervisione Aiea, ma Grossi ha aperto anche all’ipotesi di un trasferimento all’estero, opzione tecnicamente più complessa. Per gli analisti europei, la sorte di quelle scorte è il vero banco di prova: se l’Iran non fornirà informazioni verificabili, l’intera architettura dell’intesa rischia di sgretolarsi prima ancora di entrare nel vivo dei negoziati.
Il dossier nucleare si inserisce in un quadro regionale più ampio, che tocca anche il controllo dello Stretto di Hormuz, via d’acqua cruciale per le forniture energetiche globali e per l’Italia, che dipende in misura significativa dal transito di petrolio e gas attraverso quel corridoio. Durante il conflitto, Teheran ha chiuso lo stretto in risposta ai raid, e un recente attacco a una nave ha costretto l’Onu a sospendere le operazioni di evacuazione dei marittimi bloccati. Secondo fonti diplomatiche europee, la riapertura stabile dello stretto e la normalizzazione dei flussi commerciali sono priorità condivise da Washington e dalle capitali del Golfo, e rappresentano un capitolo parallelo ma inscindibile del negoziato.
Il percorso verso un’intesa permanente resta irto di ostacoli. L’Iran, che non ha mai riconosciuto di perseguire la bomba, ha sospeso la cooperazione con l’Aiea nel luglio 2025 in base a una legge parlamentare, e solo a settembre ha accettato nuove visite, senza però consentire l’accesso ai siti bombardati. L’agenzia, dal canto suo, ha avviato i primi contatti tecnici e Grossi si è detto «ottimista» su una missione a breve, ma ha precisato che la tempistica non è essenziale. I prossimi passi concreti saranno la definizione delle modalità di verifica e la conferma della localizzazione dell’uranio: da essi dipenderà la possibilità di trasformare la fragile tregua in una pace duratura.
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L'agenzia atomica usa il pretesto delle ispezioni per esercitare pressioni sull'Iran, ignorando che la priorità è la fine delle sanzioni. Teheran ribadisce che il materiale nucleare non è stato spostato dal 2025 e che la presenza degli ispettori è subordinata a un accordo più ampio. La richiesta di Grossi viene dipinta come un'ingerenza ingiustificata, mentre l'Iran si presenta come parte lesa che rispetta gli impegni.
Il direttore dell'AIEA conferma l'esistenza di un meccanismo concordato per le ispezioni in Iran, sottolineando che la presenza dell'agenzia è essenziale per garantire l'affidabilità dell'accordo. Le autorità iraniane hanno avviato contatti preliminari, ma resta inteso che i dettagli operativi saranno definiti nei negoziati tra Washington e Teheran. La verifica è descritta come un passo tecnico necessario, non come una presa di posizione politica.
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