
L’accordo Israele-Libano subordina il ritiro al disarmo di Hezbollah, scontro con l’intesa USA-Iran
Il quadro firmato a Washington vincola il disimpegno israeliano a una condizione giudicata inattuabile, mentre Teheran e gli alleati libanesi denunciano una contraddizione con il cessate il fuoco generale.
L’intesa quadro tra Israele e Libano, mediata dagli Stati Uniti e siglata venerdì scorso, àncora il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Paese al preventivo disarmo di Hezbollah e degli altri gruppi armati non statali. Il meccanismo collide frontalmente con la clausola del parallelo accordo USA-Iran che imponeva la cessazione immediata delle ostilità su tutti i fronti e il rispetto dell’integrità territoriale libanese. Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rivendicato l’intesa come un successo storico che infligge un colpo all’influenza iraniana, fonti diplomatiche statunitensi hanno descritto i negoziati come un tentativo di mantenere il controllo del processo fuori dalla portata di Teheran, dopo che l’annuncio di una cellula di deconfliction congiunta USA-Iran aveva allarmato sia Israele sia il governo di Beirut.
Secondo gli analisti regionali, l’architettura dell’accordo scarica sullo Stato libanese l’onere di disarmare la milizia più potente del Paese, in un sistema politico fondato sulla condivisione settaria del potere e privo di strumenti coercitivi. Il presidente Joseph Aoun ha accolto il testo come un primo passo verso il ripristino della sovranità, ma il presidente del Parlamento Nabih Berri lo ha bollato come un’imposizione peggiore dell’accordo del 17 maggio 1983 e ha avvertito che non passerà attraverso le istituzioni costituzionali, promettendo l’opposizione di un ampio blocco parlamentare. Hezbollah, per bocca del vicepresidente del consiglio politico Mahmoud Qmati, ha definito l’intesa “nata morta” e ha escluso sia le dimissioni dal governo sia il ricorso alla piazza, puntando invece sul canale negoziale di Islamabad e sulla pressione iraniana per ottenere il ritiro israeliano.
La contraddizione tra i due binari negoziali riflette, a giudizio di osservatori libanesi ed europei, un approccio differenziato dell’amministrazione Trump: nel dialogo con l’Iran Washington ha riconosciuto a Teheran un ruolo sulla crisi libanese, mentre nell’intesa con Israele e Libano ha cercato di escluderla, offrendo a Israele una copertura diplomatica per mantenere una presenza militare aperta nella cosiddetta “zona di sicurezza”. Analisti di Beirut e del London School of Economics sottolineano che la condizione del disarmo è strutturalmente irrealizzabile e rischia di trasformare la fascia di territorio occupata in un cuscinetto permanente, legittimato dall’accordo stesso. Il governo libanese, nel frattempo, ha discusso con i vertici militari i compiti dell’esercito nelle “zone pilota” da cui Israele dovrebbe ritirarsi per prime, ma senza un calendario certo e con Hezbollah che considera il disarmo una linea rossa.
La tensione interna resta alta: Berri ha messo in guardia contro qualsiasi tentativo di indebolire le forze armate o il loro comandante, mentre Hezbollah ha ribadito che la priorità è contrastare l’occupazione israeliana, non aprire un fronte interno. Fonti vicine ai mediatori riferiscono che il vicepresidente statunitense JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio hanno esercitato forti pressioni sui leader delle due parti per chiudere l’intesa entro la settimana, in un clima di competizione interna all’amministrazione che, secondo Berri, potrebbe prolungare l’instabilità regionale. Al momento, il dossier resta sospeso tra il rifiuto parlamentare annunciato, la prosecuzione degli scontri nel sud del Libano e il fragile meccanismo di coordinamento USA-Iran incaricato di vigilare sul cessate il fuoco.
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.80 | critical |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | −0.90 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
Il governo israeliano viola sistematicamente l'accordo quadro, continuando a colpire il sud del Libano e a stabilire posti di blocco, dimostrando che il patto è solo una copertura per l'occupazione.
Invece di presentare l'accordo come un passo verso la pace, si evidenziano le violazioni israeliane per delegittimare l'iniziativa e mettere in dubbio la buona fede di Israele.
L'attacco al Dena è un crimine di guerra che resterà nella storia, e l'Iran perseguirà i responsabili senza esitazione.
Si presenta l'Iran come vittima innocente e si etichetta l'azione nemica come crimine di guerra, delegittimando qualsiasi pretesto per l'attacco.
Gli stati del Golfo guardano con ansia al nuovo ordine regionale, consapevoli che la guerra ha cambiato per sempre le dinamiche di potere.
Si enfatizza l'instabilità e la natura transitoria della pace attuale, mettendo in dubbio la stabilità a lungo termine dell'accordo.
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