
Kabul spezza gli smartphone: il divieto talebano che anticipa l’isolamento digitale
Distrutti sul posto i dispositivi di ogni funzionario, dai ministri agli inservienti. Analisti iraniani e indiani leggono la mossa come un preludio a restrizioni di massa.
Un decreto dei tribunali militari talebani, entrato in vigore questa settimana, impone a tutti i dipendenti pubblici – «alti funzionari, ranghi inferiori, mujahideen semplici e personale di servizio» – di disfarsi immediatamente degli smartphone. La sanzione non ammette deroghe: chi viene sorpreso con un telefono intelligente lo vede infranto sul posto, prima di affrontare «punizioni legali e secondo la sharia». Video diffusi sui social mostrano un responsabile che legge l’ordinanza proprio dallo schermo di un cellulare, mentre accanto a lui altri distruggono fisicamente i dispositivi. Solo un permesso scritto dal leader supremo Hibatullah Akhundzada può concedere un’eccezione, e in province come Herat la confisca ha già colpito donne, civili, medici e insegnanti.
Secondo analisti iraniani e fonti di Nuova Delhi, il regime persegue un triplice obiettivo: tappare le falle di riservatezza, arginare la distrazione dei funzionari e controllare la circolazione di notizie sulle proteste popolari. Documenti riservati venivano fotografati e diffusi prima ancora della firma ufficiale; intere riunioni finivano registrate e condivise all’esterno. Al tempo stesso, i vertici lamentavano ore di lavoro perse a scorrere schermi. Ma dietro la retorica dell’efficienza amministrativa, osservatori di Taipei e Buenos Aires colgono una regia più ambiziosa: saggiare la reazione interna e internazionale prima di estendere il bando all’intera popolazione, trasformando l’Afghanistan in una fortezza analogica.
Il precedente che allarma è il blackout internet totale imposto nel settembre scorso per due giorni, ufficialmente per contrastare «comportamenti immorali» e pornografia. Quella mossa paralizzò transazioni commerciali, voli e servizi di emergenza, e fu revocata solo dopo le proteste del settore privato e degli stessi apparati di sicurezza talebani. Oggi il divieto selettivo sugli smartphone appare come un passo intermedio: meno dirompente di uno shutdown nazionale, ma sufficiente a blindare l’apparato statale e a intimidire la società civile. Analisti afghani temono che, una volta normalizzata la distruzione pubblica dei telefoni, il regime possa procedere a un controllo pervasivo delle comunicazioni, isolando il paese da internet e dai flussi informativi globali.
Per l’Europa e l’Italia, che seguono con apprensione la traiettoria del regime di Kabul, l’accelerazione tecnologica repressiva aggrava il quadro di un paese già sospeso tra emergenza umanitaria e dittatura teocratica. Un Afghanistan completamente scollegato renderebbe più difficile il monitoraggio delle violazioni dei diritti umani, la gestione dei corridoi migratori e la stessa pressione diplomatica. Mentre i telefoni vengono spaccati in diretta, la comunità internazionale si interroga se il gesto plateale non sia che il primo mattone di un muro digitale destinato a separare definitivamente l’Emirato dal resto del mondo.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il regime talebano ha imposto un divieto totale di smartphone per i funzionari, dai vertici ai mujahidin semplici. Chi trasgredisce vedrà il proprio dispositivo distrutto e subirà punizioni sciaraitiche. Secondo analisti, questa mossa potrebbe anticipare restrizioni ancora più estese sulla popolazione.
I talebani hanno vietato gli smartphone ai funzionari e li distruggono pubblicamente. Il divieto colpisce tutti, dai vertici ai lavoratori generici, per fermare fughe di notizie e controllare le proteste. Si teme che questa misura possa estendersi all'intera popolazione.
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