
Israele: il governo Netanyahu sfida la Corte Suprema, si apre una crisi costituzionale
Il voto unanime del gabinetto dichiara nulle le decisioni dell’autorità di regolamentazione dei media prese in base a un’ordinanza della Corte, scatenando la condanna del presidente e dell’opposizione.
Il governo israeliano ha approvato all’unanimità una delibera con cui rifiuta di conformarsi a un’ordinanza della Corte Suprema che imponeva alla Seconda Autorità per la Televisione e la Radio di continuare a operare nonostante la mancanza del quorum legale. Secondo l’esecutivo, la legge istitutiva dell’organismo fissa un numero minimo di membri per la validità delle decisioni e, dopo le dimissioni collettive di sei componenti, tale soglia non è più rispettata. La Corte, con un provvedimento interlocutorio del 17 giugno, aveva invece disposto la prosecuzione delle attività in attesa di esaminare i ricorsi contro le nuove nomine, giudicate politicamente orientate. Il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi e il ministro della Giustizia Yariv Levin hanno sostenuto che i giudici non possono scavalcare una legge esplicita della Knesset, dichiarando «nulle e prive di effetto» le decisioni assunte in forza di quell’ordinanza.
La reazione delle istituzioni è stata immediata. Il presidente Isaac Herzog ha definito la disobbedienza a una sentenza «una linea rossa che non deve essere superata in nessuna circostanza», mentre il leader dell’opposizione Yair Lapid ha parlato di «governo criminale» e della «più grave crisi costituzionale nella storia di Israele». La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha denunciato un «tentativo grave di vanificare le decisioni del tribunale e di intimidire chi le rispetti». Di tono diverso l’intervento del segretario di gabinetto Yossi Fuchs, che ha ridimensionato la portata della delibera descrivendola come una «critica aspra» e non come un atto di disobbedienza, assicurando che il governo ricorrerà a tutti gli strumenti legali per ribaltare l’ordinanza.
La controversia si inserisce in uno scontro di lunga data tra esecutivo e magistratura, riacceso dal tentativo del governo Netanyahu di limitare i poteri della Corte Suprema nel 2022, piano poi congelato dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. La Seconda Autorità regola le emittenti commerciali e la sua composizione è oggetto di ricorsi che denunciano conflitti di interesse e nomine politiche: tra queste, quella della presidente Yifat Ben Hay-Segev, già testimone al processo per corruzione del premier. Secondo analisti giuridici israeliani, la decisione del gabinetto potrebbe influenzare la vendita del Canale 13, critico verso Netanyahu, e il mantenimento dei benefici regolatori per il Canale 14, di orientamento filogovernativo, facendo della regolamentazione dei media un terreno di scontro diretto tra poteri dello Stato.
Sul piano costituzionale, la dichiarazione del governo crea un precedente che, pur non avendo al momento effetti pratici immediati, mina il principio della revisione giudiziaria. Se l’Autorità dovesse adottare decisioni in base all’ordinanza della Corte, i funzionari si troverebbero di fronte a un conflitto di obbedienza tra esecutivo e giudiziario. Le elezioni anticipate sono attese tra settembre e ottobre, e la crisi rischia di diventare un tema centrale della campagna. La Corte non si è ancora pronunciata nel merito dei ricorsi, mentre il governo ha annunciato che agirà per vie legali per annullare il provvedimento interlocutorio.
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | −0.90 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
Il governo israeliano annuncia che non si conformerà alla decisione della Corte Suprema, sollevando preoccupazioni per una crisi costituzionale.
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