
L’accordo Israele-Libano è in bilico: raid israeliani e rifiuto di Hezbollah minano il quadro di pace
A poche ore dalla firma a Washington del testo che subordina il ritiro israeliano al disarmo del partito sciita, nuovi attacchi nel sud e dichiarazioni ostili compromettono il percorso di stabilizzazione.
A meno di quarantotto ore dalla firma dell’accordo-quadro tra Israele e Libano, mediato dagli Stati Uniti e presentato come il primo passo verso la fine dello stato di guerra che perdura dal 1948, le forze israeliane hanno ripreso gli attacchi nel sud del Libano, colpendo le cittadine di Deir Siryan e Taybeh e incendiando case a Khiam. Secondo fonti militari israeliane, le operazioni – definite “azioni nella zona di sicurezza” – hanno preso di mira membri di Hezbollah e una rampa di lancio di razzi nei pressi di Nabatieh, dove sabato un raid aveva già ucciso una persona. L’escalation, confermata dall’agenzia nazionale libanese NNA, segnala la fragilità di un’intesa che su entrambi i fronti appare contestata ancor prima di entrare nella fase attuativa.
L’intesa, siglata venerdì al termine di cinque cicli di negoziati, subordina il ritiro graduale delle truppe israeliane dal territorio libanese – a partire da due zone pilota nel sud – al disarmo verificato dei gruppi armati non statali, a cominciare da Hezbollah. Il movimento sciita, sostenuto da Teheran, ha immediatamente respinto l’accordo definendolo “nullo, umiliante e una resa della sovranità” per voce del suo leader Naim Qassem; il deputato Hassan Fadlallah ha avvertito che “quanto fatto dalle autorità libanesi spingerà il Paese nel caos e trasformerà il conflitto con il nemico in un conflitto interno”. Sul fronte opposto, il presidente libanese Joseph Aoun, in una telefonata con Donald Trump, ha garantito che lo Stato “assumerà le proprie responsabilità” nell’applicare il testo, mentre il governo francese si è detto “pronto a contribuire” alla sua piena realizzazione, rivendicando il monopolio della forza da parte di Beirut e il ritiro completo di Israele. Da Gerusalemme, tuttavia, il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato alle truppe di prepararsi a una “permanenza prolungata” nella fascia occupata, e il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha approvato piani per “operazioni continue” nella zona di sicurezza, contraddicendo di fatto lo spirito del documento firmato a Washington.
L’architettura dell’accordo prevede un meccanismo di monitoraggio sotto la supervisione del Comando centrale statunitense (CENTCOM), già attivo dalla fine del 2024, che dovrebbe documentare le violazioni e permettere una valutazione imparziale dell’impegno dell’esercito libanese contro Hezbollah. Lamisura riflette la consapevolezza, diffusa tra gli analisti di Bruxelles e di buona parte della diplomazia europea, che i precedenti cessate-il-fuoco – compreso quello del novembre 2024 – sono naufragati proprio sull’assenza di strumenti coercitivi. In questa prospettiva, il programma pilota di ritiro israeliano da due località non specificate, con contestuale dispiegamento delle forze armate libanesi, rappresenta un test concreto della volontà di Beirut di ripristinare l’autorità statuale a sud del Litani. Tuttavia, l’insistenza con cui Hezbollah lega la propria sorte ai negoziati paralleli tra Washington e Teheran – e la dichiarazione del presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf secondo cui “l’obiettivo è la fine della guerra in Libano e il ritiro del regime sionista” – indica che Teheran intende mantenere un controllo diretto sulla partita, nella quale il disarmo della milizia resta una linea rossa.
Sullo sfondo, le operazioni israeliane degli ultimi mesi hanno ridisegnato la geografia del sud del Libano: secondo fonti militari e agenzie internazionali, la quasi totalità della popolazione sciita è stata evacuata, interi villaggi rasi al suolo e trasformati in una terra di nessuno dove le forze di difesa israeliane si sono insediate per impedire infiltrazioni. Una dottrina dei “cuscinetti” che replica quanto già sperimentato a Gaza e che incontra il sostegno di Washington, ma che secondo diversi osservatori rischia di produrre una stabilizzazione artificiale, spostando la minaccia senza rimuoverne le cause. In questo quadro, il processo di attuazione dell’accordo è già segnato da incognite profonde: la prossima settimana è attesa la visita del generale Brad Cooper, comandante del CENTCOM, per supervisionare l’avvio del ritiro pilota, ma la tenuta dell’intesa dipenderà dalla capacità dell’esecutivo libanese di imporre la propria autorità a Hezbollah, un passaggio che la leadership del partito sciita ha già dichiarato inaccettabile, evocando apertamente il rischio di una guerra civile.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'accordo trilaterale rappresenta una speranza concreta per la pace, ma la sua attuazione dipende dalla capacità del Libano di disarmare Hezbollah, cosa che il gruppo rifiuta con violenza.
L'accordo è una pericolosa resa che antepone la sicurezza di Israele a quella del Libano, minacciando la sovranità nazionale e rischiando di scatenare un conflitto interno.
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