
Inflazione USA scende al 3,5% ma la tregua con l’Iran è già svanita
Il raffreddamento dei prezzi di giugno, trainato dal crollo della benzina durante il cessate il fuoco, viene vanificato dalla ripresa delle ostilità e dalla linea dura del nuovo presidente della Fed.
L’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti è sceso a giugno al 3,5% su base annua, dal 4,2% di maggio, con un calo mensile dello 0,4% – il più marcato dall’aprile 2020. Il dato, nettamente inferiore alle attese degli analisti, ha allontanato la prospettiva di un rialzo dei tassi già nella riunione di luglio e ha offerto un sollievo temporaneo ai mercati azionari, con il Nasdaq in rialzo di quasi un punto percentuale.
La flessione è stata quasi interamente determinata dal crollo del prezzo della benzina (-9,7% su base mensile), a sua volta effetto del fragile cessate il fuoco tra Washington e Teheran che aveva permesso un parziale ripristino dei flussi di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz. Quella tregua è però già saltata: gli scontri sono ripresi, il presidente Trump ha ordinato un blocco navale e i prezzi del petrolio sono tornati a salire, con il Brent sopra gli 84 dollari al barile. La pausa disinflazionistica rischia quindi di rivelarsi effimera, come temono gli economisti di Wall Street, mentre l’inflazione core, rimasta piatta a giugno e al 2,6% su base annua, resta ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Fed.
Nel suo primo intervento al Congresso, il nuovo presidente della banca centrale Kevin Warsh ha ribadito che la Fed «non ha alcuna tolleranza per un’inflazione persistentemente elevata» e che l’impennata dei prezzi degli ultimi cinque anni diventerà «un ricordo del passato» se la politica monetaria sarà azzeccata. Warsh ha però smorzato gli entusiasmi sul dato di giugno, definendo prematuro cantare vittoria, e ha difeso l’indipendenza dell’istituto dalle pressioni di Trump, che invoca tassi più bassi in vista delle elezioni di metà mandato. Ha inoltre annunciato riforme nella comunicazione, eliminando le indicazioni prospettiche (forward guidance) per ridurre l’influenza sui mercati.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, l’evoluzione della crisi mediorientale resta un fattore di rischio rilevante: lo Stretto di Hormuz è un crocevia per circa un quinto del petrolio mondiale e un’escalation prolungata si tradurrebbe in nuovi rincari alla pompa e in pressioni inflazionistiche importate, complicando il percorso di allentamento della Bce. Il prossimo appuntamento chiave è la riunione del Federal Open Market Committee del 28-29 luglio, quando i banchieri centrali dovranno valutare se l’inflazione core sia sufficiente a tenere i tassi fermi o se la fiammata petrolifera imponga un nuovo giro di vite. Il 30 luglio arriverà anche l’indice PCE, la misura d’inflazione preferita dalla Fed.
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I dati parlano da soli: l'inflazione è diminuita grazie ai minori costi energetici.
Presentando solo i dati ufficiali e la causa immediata, il rapporto evita qualsiasi giudizio sulla sostenibilità del calo.
Il blocco omette qualsiasi menzione del fatto che la tregua USA-Iran è già crollata, il che minerebbe la narrazione di un calo duraturo dei prezzi dell'energia.
Il calo dell'inflazione è una tregua gradita ma insufficiente; la Fed probabilmente continuerà ad aumentare i tassi.
Giustapponendo i dati positivi con avvertimenti sulla politica della Fed e il conflitto in corso, la narrazione crea un senso di realismo cauto.
Il blocco omette i dettagli specifici del crollo dell'accordo con l'Iran, concentrandosi invece sull'incertezza generale.
Il calo temporaneo dell'inflazione è una falsa alba; la vera storia è il ritorno del rischio geopolitico e il suo impatto sui prezzi dell'energia.
Enfatizzando il crollo della tregua e l'immediato inversione dei prezzi della benzina, la narrazione inquadra i dati sull'inflazione come un'anomalia fugace piuttosto che una tendenza.
Il blocco omette qualsiasi prospettiva positiva a lungo termine o la possibilità che l'inflazione possa continuare a moderarsi nonostante le tensioni geopolitiche.
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