
Il visto negato a Ben-Gvir: Washington prende le distanze dall’estrema destra israeliana
Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano ha cancellato un viaggio privato a Miami dopo che l’ambasciata Usa ha imposto procedure inusuali per un membro del governo, alimentando speculazioni su un rifiuto politico.
Un banale intoppo burocratico o un segnale politico inequivocabile? La rinuncia di Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale e leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit, a un viaggio familiare negli Stati Uniti sta agitando le acque diplomatiche tra i due storici alleati. Secondo fonti giornalistiche israeliane, Ben-Gvir aveva in programma di partecipare al matrimonio della figlia di un uomo d’affari a Miami, ma si è scontrato con una richiesta inconsueta da parte dell’ambasciata americana: la registrazione delle impronte digitali in presenza, un adempimento normalmente bypassato dai titolari di passaporto diplomatico. Il ministro, che pure si era presentato all’ambasciata per sottoporsi alla procedura, ha infine annullato il viaggio, adducendo il timore che il visto non arrivasse in tempo. La stampa israeliana, da Haaretz al Canale 12, ha subito collegato l’episodio alla fedina penale di Ben-Gvir, già condannato per incitamento al razzismo e sostegno a un’organizzazione terroristica, lasciando intendere che Washington abbia deliberatamente rallentato l’iter per evitare un imbarazzante via libera.
Oltre la cronaca, l’episodio rivela una tensione latente che attraversa le capitali mediorientali e asiatiche. I media iraniani, da Teheran, leggono la vicenda come una prova della «riluttanza» dell’amministrazione Trump a concedere un visto diplomatico a un esponente della destra radicale israeliana, sottolineando che il trattamento riservato a Ben-Gvir non è quello abituale per un ministro. Analoga la lettura dei giornali arabi: testate libanesi e algerine evidenziano come la richiesta di dati biometrici rappresenti un ostacolo inedito per un membro del governo, interpretandolo come un messaggio di distanza politica. Anche la stampa del Bangladesh e dell’Indonesia, Paesi con una sensibilità spiccata verso le dinamiche mediorientali, ha rilanciato la notizia, inquadrandola come un raro caso di attrito tra l’amministrazione statunitense e un alleato chiave.
La vicenda assume contorni più ampi se si considera il profilo del personaggio. Ben-Gvir è noto per le sue posizioni provocatorie, le visite sulla Spianata delle Moschee e le dichiarazioni incendiarie che hanno attirato condanne internazionali. La sua presenza nel governo Netanyahu è già fonte di imbarazzo per diversi partner occidentali. Il fatto che l’ambasciata americana abbia scelto di applicare le regole ordinarie a un ministro con passaporto diplomatico – regole che lo stesso Ben-Gvir ha goffamente cercato di giustificare sostenendo che «tutti gli israeliani devono dare le impronte», affermazione smentita dai media locali – suggerisce una volontà di non concedere favori a una figura divisiva. Non è un caso che la richiesta sia arrivata proprio mentre l’amministrazione Biden, e ora quella Trump, cerca di mantenere un equilibrio tra il sostegno a Israele e la condanna delle derive estremiste che minacciano la stabilità regionale.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, l’episodio offre uno specchio delle proprie contraddizioni. Bruxelles ha più volte espresso preoccupazione per la composizione del governo israeliano, ma raramente ha tradotto queste inquietudini in gesti concreti. Il precedente americano potrebbe incoraggiare una riflessione sulle modalità di accoglienza riservate a esponenti politici stranieri con precedenti penali o posizioni incompatibili con i valori democratici. In un momento in cui il confine tra critica legittima e antisemitismo è oggetto di aspro dibattito, la freddezza di Washington verso Ben-Gvir mostra che è possibile distinguere tra un popolo e i suoi rappresentanti più controversi, senza incrinare l’alleanza strategica. Resta da vedere se il gesto resterà isolato o inaugurerà una prassi più selettiva nei confronti di governi che includono ministri con un passato da agitatori condannati.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il ministro estremista del regime sionista si è visto negare il visto americano, rivelando che persino Washington è riluttante a ospitare una figura del genere. La cancellazione del viaggio controverso, finanziato da un uomo d'affari israeliano, mette in luce l'isolamento dell'estrema destra israeliana anche tra i suoi alleati.
Il leader estremista del partito 'Potere Ebraico' dell'entità sionista è stato costretto a cancellare il viaggio negli Stati Uniti dopo aver incontrato ostacoli per il visto. Nonostante il passaporto diplomatico, è stato sottoposto a procedure insolite, segnalando il disagio di Washington con l'estrema destra israeliana.
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