
La tregua infranta nel Golfo riporta il Brent a 85 dollari
La rottura del cessate il fuoco tra Washington e Teheran e il blocco navale dello Stretto di Hormuz spingono i prezzi del greggio verso nuovi massimi, con ripercussioni dirette sui mercati energetici europei.
La fragile intesa raggiunta a metà giugno tra Stati Uniti e Iran è già un ricordo. Dopo che Washington ha ripristinato il blocco navale dei porti iraniani e lanciato una nuova ondata di attacchi aerei, il prezzo del Brent è risalito fino a sfiorare 86 dollari al barile, con un balzo settimanale superiore al 12%. Il greggio di riferimento europeo aveva toccato i 71,5 dollari subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco, ma la rapida escalation militare ha annullato quel sollievo, riportando i corsi ai livelli della scorsa primavera.
Il meccanismo che alimenta la tensione sui mercati è duplice. Da un lato, il blocco navale americano ha di fatto interrotto il flusso di petrolio iraniano attraverso lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia da cui transitava circa un quinto del greggio mondiale. Dall’altro, Teheran avrebbe chiesto ai ribelli Houthi nello Yemen di tenersi pronti a chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb, via di transito per le esportazioni saudite dirottate dal Golfo Persico verso il Mar Rosso. Secondo i dati Kpler, a giugno da quel passaggio sono transitati 7,4 milioni di barili al giorno, circa il 7% della produzione globale. Una chiusura simultanea dei due stretti rappresenterebbe uno scenario senza precedenti recenti, con un impatto immediato sulla disponibilità di navi cisterna e sui premi assicurativi.
Per l’Europa e l’Italia, che dipendono in larga misura dalle importazioni di greggio, il rialzo dei prezzi si traduce in un aumento dei costi energetici e in nuove pressioni inflazionistiche, in un momento in cui le banche centrali cercano di stabilizzare le economie. La Russia, nel frattempo, sta beneficiando della situazione: a giugno le esportazioni dai porti di Primorsk, Ust-Luga e Novorossijsk hanno raggiunto un record di quasi 3 milioni di barili al giorno, con l’India come primo acquirente. Tuttavia, secondo Bloomberg, circa 135 milioni di barili di greggio russo restano in attesa di acquirenti a bordo di petroliere ancorate al largo dell’Egitto e di Singapore, segno che la domanda globale non assorbe completamente l’offerta aggiuntiva.
Le cancellerie regionali – da Doha al Cairo a Islamabad – stanno tentando una mediazione, ma la Casa Bianca ha minacciato di colpire le infrastrutture energetiche iraniane già dalla prossima settimana. Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha dichiarato a Washington che “la sicurezza degli approvvigionamenti petroliferi resta una questione critica” e che la situazione desta preoccupazione. Il prossimo snodo fattuale sarà l’esito dei contatti diplomatici in corso e l’eventuale decisione americana su un’estensione dei bersagli alle centrali elettriche iraniane: una mossa che, secondo gli analisti del Golfo, farebbe scattare la risposta Houthi e aprirebbe una fase di instabilità ancora più profonda per i mercati globali dell’energia.
| Stampa africana subsahariana | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | 0.00 | neutral |
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
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