
Il Kashmir conteso: Delhi prepara la protesta per lo stato, mentre il PoJK ribolle e il Belucistan insanguina Islamabad
Mentre la National Conference annuncia una mobilitazione civile a Nuova Delhi per reclamare la piena statualità, il Pakistan affronta una duplice crisi di sicurezza: la rivolta popolare nel Kashmir amministrato da Islamabad e un attacco letale alle forze di polizia in Belucistan.
La National Conference, partito al governo nel Territorio dell’Unione di Jammu e Kashmir, ha mobilitato la società civile in vista di una protesta a Jantar Mantar, Nuova Delhi, prevista per il 20 luglio, primo giorno della sessione monsonica del Parlamento indiano. In un incontro presieduto dal presidente Farooq Abdullah e dal capo del governo Omar Abdullah, oltre 150 rappresentanti di settori professionali e delegazioni del turismo e dell’economia hanno adottato una risoluzione unanime che sollecita il governo centrale a ripristinare senza ulteriori indugi la piena statualità della regione, revocata nell’agosto 2019 con l’abrogazione dell’articolo 370. Secondo fonti vicine al partito, l’iniziativa intende fare pressione su Nuova Delhi affinché onori la tempistica indicata dalla Corte Suprema indiana nel dicembre 2023, che aveva chiesto il ripristino della statualità “al più presto”, dopo le elezioni locali del 2024. I leader della National Conference descrivono il rinvio come “sproporzionato” e l’espressione governativa “momento opportuno” come una formula vaga e senza scadenze.
Sul versante opposto della Linea di Controllo, il Pakistan amministrato Jammu e Kashmir (PoJK) è teatro da ventinove giorni di imponenti manifestazioni anti-governative che, secondo gli organizzatori del Comitato d’Azione Congiunto Awami, non accennano a placarsi. A Rawalakot, oltre 70.000 persone – tra cui migliaia di donne e bambini – presidiano l’Eidgah e la stazione degli autobus, mentre a Muzaffarabad si registrano scontri con la polizia e almeno tre feriti. La protesta, nata da rivendicazioni economiche come sussidi per farina e corrente elettrica e lo sviluppo infrastrutturale, si è trasformata in un movimento per i diritti regionali dopo la repressione delle forze di sicurezza e il blocco dei rifornimenti alimentari denunciato dai manifestanti. Gli organizzatori hanno lanciato un ultimatum a Islamabad: se il loro documento in 38 punti non sarà accolto entro l’8 luglio, il 9 luglio partirà una marcia di massa verso la capitale Muzaffarabad, abbandonando la protesta pacifica. Secondo fonti locali, la partecipazione femminile e il paragone con un “assedio economico” stanno radicalizzando la mobilitazione.
La pressione su Islamabad è aggravata dall’insicurezza in Belucistan, dove un attacco armato a un posto di blocco presso la diga di Mangi, nel distretto di Ziarat, ha ucciso nove agenti di polizia, tra cui due ufficiali superiori, e ne ha lasciati dispersi altri. Le autorità provinciali attribuiscono l’agguato a miliziani del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), sebbene nessun gruppo abbia rivendicato l’azione. In risposta, le forze di sicurezza hanno condotto operazioni di rastrellamento che, secondo fonti ufficiali, hanno portato all’eliminazione di quindici militanti. L’episodio si inserisce in una scia di violenze che nelle ultime settimane ha colpito anche la valle di Urak, vicino Quetta, con attacchi a civili e turisti. Il governo provinciale accusa gruppi terroristici che, a suo dire, operano da basi in Afghanistan – accusa che Kabul respinge costantemente.
Per gli analisti di Bruxelles, la simultaneità delle crisi – la mobilitazione legale e politica a Nuova Delhi, la rivolta popolare nel PoJK e l’instabilità endemica in Belucistan – delinea un arco di tensione che attraversa l’intero subcontinente, con potenziali ripercussioni sulla sicurezza regionale e sugli equilibri geopolitici che coinvolgono Cina e corridoi energetici. L’Italia e l’Europa, importatori di stabilità in un’area cruciale per le rotte commerciali verso l’Asia centrale, osservano con attenzione l’evolversi del dossier Kashmir, mentre la data del 20 luglio si avvicina e il Pakistan si prepara a fronteggiare la marcia annunciata per il 9 luglio.
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | −0.30 | critical |
| Stampa africana subsahariana | 0.00 | neutral |
Il Kashmir indiano chiede la restituzione dello stato e denuncia la repressione pakistana nel PoJK.
La risoluzione unanime della società civile legittima le richieste di statualità, e le proteste nel PoJK sono presentate come una ribellione popolare contro il dominio pakistano.
Non menziona l'attacco in Belucistan che uccide nove poliziotti, concentrandosi solo sulle proteste in Kashmir.
Le autorità pakistane e i media del Golfo condannano l'attacco terroristico e lodano l'operazione di sicurezza.
Il termine 'terrorista' delegittima gli attaccanti e giustifica la risposta militare.
Non fa cenno alle proteste in Kashmir indiano e pakistano, focalizzandosi solo sull'attacco in Belucistan.
Il governo pakistano e le forze di sicurezza riferiscono l'attacco e le operazioni di ricerca.
Le fonti ufficiali forniscono i fatti senza attribuire colpe politiche, mantenendo un tono distaccato.
Non riporta le proteste in Kashmir né le rivendicazioni di statualità, limitandosi all'attacco in Belucistan.
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