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Giustizia e Dirittomercoledì 1 luglio 2026

Il giudice federale sospende l’obbligo di scorta per i cronisti del New York Times al Pentagono

Il magistrato di Washington ritiene la misura incostituzionale, mentre il Dipartimento della Difesa annuncia ricorso invocando la sicurezza nazionale.

Un giudice federale di Washington ha ordinato al Pentagono di sospendere temporaneamente l’obbligo per i giornalisti del New York Times di essere accompagnati da un ufficiale di scorta all’interno dell’edificio. Il provvedimento, emesso in via preliminare dal giudice Paul L. Friedman, stabilisce che la politica introdotta a marzo viola la libertà di stampa garantita dal Primo Emendamento della Costituzione americana. La sospensione resta in vigore mentre prosegue il contenzioso avviato dal quotidiano, che a maggio ha presentato una seconda causa in cinque mesi contro le restrizioni all’accesso decise dal Dipartimento della Difesa.

Secondo la rappresentanza legale del New York Times, la decisione «ribadisce il diritto della stampa di seguire le attività del Pentagono senza filtri che impediscano al pubblico di conoscere l’operato delle forze armate». Il portavoce del quotidiano ha definito la norma imposta dall’amministrazione una «chiara violazione della Costituzione». Sul fronte opposto, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato che il Dipartimento «dissente con forza» dalla sentenza, sostenendo che essa «elimina ragionevoli misure di sicurezza e renderà più facile che informazioni sensibili e classificate raggiungano i nostri avversari». L’amministrazione ha già annunciato l’intenzione di presentare appello.

La controversia affonda le radici nelle direttive volute dal segretario alla Difesa Pete Hegseth per limitare la presenza dei media negli spazi del Pentagono. Dopo che lo stesso giudice Friedman aveva bocciato a marzo un primo pacchetto di restrizioni, il Dipartimento introdusse la regola della scorta obbligatoria, non affrontata nel giudizio iniziale. Una corte d’appello aveva successivamente sospeso parte di quella prima sentenza, consentendo al Pentagono di mantenere la scorta durante il ricorso. Con la nuova ordinanza, il giudice ha ritenuto che la misura costituisca una violazione autonoma della Carta fondamentale, indipendentemente dagli altri vincoli già censurati.

La vicenda si inserisce in un clima di crescente tensione tra l’amministrazione repubblicana e le redazioni statunitensi, culminato in ottobre con l’abbandono del Pentagono da parte del New York Times e di altre testate, che rifiutarono di sottostare alle regole di Hegseth e da allora seguono le attività militari dall’esterno. All’interno dell’edificio opera oggi un nuovo corpo stampa accreditato dal Dipartimento. Il procedimento legale è destinato a proseguire nelle corti federali, mentre il dibattito sull’equilibrio tra esigenze di sicurezza e tutele costituzionali continua a riverberarsi anche oltre i confini statunitensi, alimentando il confronto sui limiti dell’accesso alla informazione nelle democrazie liberali.

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Nei materiali forniti per il blocco latinoamericano non è presente alcun articolo relativo alla sospensione del requisito del Pentagono per i giornalisti del NYT. La notizia non è stata coperta.

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Il giudice federale sospende l’obbligo di scorta per i cronisti del New York Times al Pentagono

Il magistrato di Washington ritiene la misura incostituzionale, mentre il Dipartimento della Difesa annuncia ricorso invocando la sicurezza nazionale.

Un giudice federale di Washington ha ordinato al Pentagono di sospendere temporaneamente l’obbligo per i giornalisti del New York Times di essere accompagnati da un ufficiale di scorta all’interno dell’edificio. Il provvedimento, emesso in via preliminare dal giudice Paul L. Friedman, stabilisce che la politica introdotta a marzo viola la libertà di stampa garantita dal Primo Emendamento della Costituzione americana. La sospensione resta in vigore mentre prosegue il contenzioso avviato dal quotidiano, che a maggio ha presentato una seconda causa in cinque mesi contro le restrizioni all’accesso decise dal Dipartimento della Difesa.

Secondo la rappresentanza legale del New York Times, la decisione «ribadisce il diritto della stampa di seguire le attività del Pentagono senza filtri che impediscano al pubblico di conoscere l’operato delle forze armate». Il portavoce del quotidiano ha definito la norma imposta dall’amministrazione una «chiara violazione della Costituzione». Sul fronte opposto, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato che il Dipartimento «dissente con forza» dalla sentenza, sostenendo che essa «elimina ragionevoli misure di sicurezza e renderà più facile che informazioni sensibili e classificate raggiungano i nostri avversari». L’amministrazione ha già annunciato l’intenzione di presentare appello.

La controversia affonda le radici nelle direttive volute dal segretario alla Difesa Pete Hegseth per limitare la presenza dei media negli spazi del Pentagono. Dopo che lo stesso giudice Friedman aveva bocciato a marzo un primo pacchetto di restrizioni, il Dipartimento introdusse la regola della scorta obbligatoria, non affrontata nel giudizio iniziale. Una corte d’appello aveva successivamente sospeso parte di quella prima sentenza, consentendo al Pentagono di mantenere la scorta durante il ricorso. Con la nuova ordinanza, il giudice ha ritenuto che la misura costituisca una violazione autonoma della Carta fondamentale, indipendentemente dagli altri vincoli già censurati.

La vicenda si inserisce in un clima di crescente tensione tra l’amministrazione repubblicana e le redazioni statunitensi, culminato in ottobre con l’abbandono del Pentagono da parte del New York Times e di altre testate, che rifiutarono di sottostare alle regole di Hegseth e da allora seguono le attività militari dall’esterno. All’interno dell’edificio opera oggi un nuovo corpo stampa accreditato dal Dipartimento. Il procedimento legale è destinato a proseguire nelle corti federali, mentre il dibattito sull’equilibrio tra esigenze di sicurezza e tutele costituzionali continua a riverberarsi anche oltre i confini statunitensi, alimentando il confronto sui limiti dell’accesso alla informazione nelle democrazie liberali.

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