
Il dollaro forte erode le riserve asiatiche: Taiwan sotto 600 miliardi
La rivalutazione del biglietto verde a giugno ha compresso le riserve in valuta di Cina, Taiwan e Russia, mentre Pechino prosegue la sua campagna di acquisti di oro.
La forza del dollaro statunitense, salito a giugno di oltre il 2% contro il paniere delle principali valute, ha innescato una contrazione simultanea delle riserve valutarie di diverse economie asiatiche. L’effetto più visibile si è registrato a Taipei, dove gli stock in valuta estera sono scesi sotto la soglia simbolica dei 600 miliardi di dollari per la prima volta da mesi, attestandosi a 597,15 miliardi. La banca centrale taiwanese è intervenuta direttamente sul mercato dei cambi, vendendo dollari per frenare il deprezzamento del dollaro taiwanese, spinto al ribasso anche dal deflusso di capitali degli investitori istituzionali esteri. L’intervento, seppur descritto dalle autorità come mirato a mantenere l’ordine del mercato, ha eroso le riserve per quasi 8 miliardi di dollari in un solo mese.
A Pechino il calo è stato più contenuto in termini percentuali ma ben più ampio in valore assoluto: le riserve in valuta estera della Cina sono diminuite di 26 miliardi di dollari, scendendo a 3.416 miliardi, interrompendo una striscia di due mesi di rialzi. L’amministrazione statale dei cambi ha attribuito la flessione alla rivalutazione del dollaro e alle oscillazioni dei prezzi degli asset globali. In controtendenza, la Banca Popolare Cinese ha esteso la sua striscia di acquisti di oro al ventesimo mese consecutivo, la più lunga dal 2015, aggiungendo quasi 15 tonnellate alle proprie riserve auree. L’accumulo, letto dagli analisti di Pechino come parte di una strategia di de-dollarizzazione a lungo termine, mira a proteggere il portafoglio nazionale dal rischio di sanzioni e dalla volatilità del sistema finanziario americano, anche se l’oro rappresenta ancora meno del 10% delle riserve totali cinesi.
Anche Mosca ha visto ridursi il valore delle proprie riserve internazionali di quasi 27 miliardi di dollari, a 720,4 miliardi, ma per una dinamica diversa. La componente di oro monetario, che costituisce oltre il 40% delle riserve russe, ha subito una svalutazione contabile di oltre 26 miliardi a causa del crollo del prezzo spot del metallo giallo, sceso a giugno di quasi il 12%, il calo mensile più marcato dall’ottobre 2008. La quota di oro è così scesa al 41,5% dal 43,6% di maggio. La Banca di Russia, pur limitata nella gestione degli asset in valute occidentali dalle sanzioni, mantiene la piena operatività sulle riserve in oro e yuan, che restano il fulcro della sua strategia di salvaguardia.
Per l’Europa e l’Italia, questi movimenti confermano un contesto di rafforzamento del dollaro che può tradursi in pressioni sull’euro e in un rincaro delle materie prime importate. Il prossimo banco di prova saranno i verbali della riunione di giugno della Federal Reserve, attesi nei prossimi giorni, che potrebbero offrire indicazioni sulla traiettoria dei tassi e, di riflesso, sulla tenuta del biglietto verde.
| Stampa cinese | +0.70 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −0.30 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
La Cina riafferma la propria sovranità monetaria acquistando oro e riducendo la dipendenza dal dollaro.
Il meccanismo consiste nel presentare l'acquisto di oro come una mossa difensiva inevitabile e saggia, normalizzando la de-dollarizzazione come strategia globale.
Omette che il calo delle riserve è anche dovuto all'intervento per sostenere lo yuan, e la situazione di Taiwan.
La Russia osserva che le riserve cinesi calano e le proprie riserve scendono a causa del calo del prezzo dell'oro, evidenziando la vulnerabilità delle economie emergenti al dollaro forte.
Il meccanismo consiste nell'accostare i dati cinesi e russi per suggerire una tendenza comune, senza attribuire responsabilità o strategie.
Omette di menzionare la strategia di de-dollarizzazione cinese e il fatto che le riserve russe sono influenzate dalle sanzioni.
L'Atlantico registra l'acquisto di oro da parte della Cina come un dato di mercato, senza attribuirgli significati geopolitici.
Il meccanismo è la pura descrizione dei dati, evitando qualsiasi interpretazione strategica.
Omette di collegare l'acquisto d'oro alla de-dollarizzazione o al calo delle riserve in valuta estera.
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