
Il crollo del cessate il fuoco strozza lo Stretto di Hormuz, il traffico mercantile precipita
Dopo il fallimento della tregua del 17 giugno, gli attacchi incrociati tra Stati Uniti e Iran hanno ridotto a poche unità i transiti giornalieri nella via d’acqua da cui dipende un quinto dei consumi mondiali di petrolio.
Il collasso dell’intesa provvisoria tra Washington e Teheran ha innescato un nuovo crollo del traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo i dati di tracciamento marittimo citati da fonti del settore, nelle ultime ventiquattr’ore appena sette navi sono entrate nel Golfo Persico e sei ne sono uscite, un volume che riduce a meno di un decimo la media di circa centodieci transiti giornalieri registrata prima dell’apertura delle ostilità. La ripresa degli attacchi — con i bombardamenti statunitensi su novanta obiettivi militari iraniani e la rappresaglia di Teheran contro basi americane in Kuwait e Bahrein — ha spinto diversi armatori a sospendere i passaggi o a disattivare i transponder, rendendo ancora più opaca la fotografia del traffico reale.
La contesa sul controllo della via d’acqua si è immediatamente riaccesa. Il Comando centrale delle forze armate statunitensi (CENTCOM) ha dichiarato che «l’Iran non controlla lo Stretto di Hormuz» e ha rivendicato di aver agevolato, dall’inizio di maggio, il transito di oltre ottocento navi mercantili e trecentottanta milioni di barili di greggio lungo un corridoio di sicurezza gestito dalla Marina americana. Di segno opposto la posizione dei Guardiani della rivoluzione iraniani, che in un comunicato hanno ribadito come il passaggio sia consentito esclusivamente attraverso le rotte designate da Teheran e previa autorizzazione della Marina del Corpo, avvertendo che ogni interferenza esterna «ostacolerà gravemente la riapertura graduale» dello stretto e provocherà una «risposta schiacciante».
Le implicazioni per l’approvvigionamento energetico globale sono immediate. Lo Stretto di Hormuz incanala circa un quinto dei consumi petroliferi mondiali e una quota rilevante delle esportazioni di gas naturale liquefatto da Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Iraq e Kuwait. Secondo analisti europei, il perdurare dell’instabilità rischia di tradursi in un aumento strutturale dei premi di rischio sulle polizze di carico e in un rialzo dei prezzi del greggio, con proiezioni che indicano un possibile picco vicino agli ottantanove dollari al barile nel corso del 2026. Per l’Italia, che importa via mare una parte significativa del proprio fabbisogno energetico, la crisi ripropone la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento già messe alla prova dalle tensioni degli ultimi anni.
Il quadro diplomatico resta frammentato. Il memorandum d’intesa in quattordici punti siglato il 17 giugno è stato dichiarato decaduto dal presidente statunitense Donald Trump, che ha definito «una perdita di tempo» ulteriori negoziati, mentre il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha affermato che lo Stretto «riaprirà» soltanto alle condizioni dettate da Teheran. Mediatori regionali — in particolare Pakistan, Qatar e Oman — stanno lavorando per riportare le parti al tavolo, ma al momento non è stata annunciata alcuna nuova data per un incontro. La cerimonia funebre per la Guida suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un attacco attribuito a Stati Uniti e Israele, ha mobilitato milioni di persone a Mashhad, consolidando la retorica interna di resistenza e riducendo ulteriormente i margini di compromesso.
| Stampa russa e CSI | 0.00 | neutral |
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| Stampa giapponese-coreana | +0.10 | neutral |
| Stampa del Golfo arabo | −0.20 | neutral |
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