
Il cavallo sulla spiaggia e l’ombra della colpa: l’Odissea di Nolan rilegge Omero per il nostro tempo
Con un budget di 250 milioni e un cast stellare, il regista trasforma il poema in un blockbuster che interroga la coscienza dell’eroe, tra polemiche e attese da record.
Sulla riva del mare, semisepolto nella sabbia, giace un enorme cavallo di legno. Non è un relitto, ma il simbolo di una vittoria che sa di cenere. È la prima immagine che Christopher Nolan consegna al pubblico della sua Odissea, e contiene già il nucleo della sua rilettura: il celebre stratagemma con cui Ulisse espugnò Troia non è più un trionfo dell’astuzia, ma una ferita morale, un «crimine di guerra» che perseguiterà l’eroe per vent’anni. Il regista angloamericano, reduce dal trionfo di Oppenheimer, trasforma il poema omerico in un’epopea del rimorso, dove il viaggio di ritorno verso Itaca diventa l’espiazione di un uomo che ha violato le leggi sacre dell’ospitalità.
Matt Damon, barbuto e segnato, incarna un Ulisse lontano dall’archetipo del trickster solare: è un reduce che ha perso la memoria e la rotta, prigioniero della ninfa Calipso (Charlize Theron) su una spiaggia bianca, mentre a Itaca la moglie Penelope (Anne Hathaway) tesse e disfa la tela per tenere a bada i pretendenti. Nolan intreccia tre piani temporali – la caduta di Troia, le peregrinazioni in mare, l’assedio al palazzo – con la consueta architettura a incastro, ma questa volta rinuncia agli enigmi di Inception per cercare una risonanza più intima. Il film, primo nella storia girato interamente in pellicola IMAX 70mm, è stato realizzato in sei Paesi, dalla Grecia al Marocco, con un impiego massiccio di effetti pratici: il Ciclope è un animatrone di dodici metri, le navi sono state costruite a grandezza naturale, e la grotta di Polifemo è una caverna reale. Una scelta artigianale che, secondo la critica anglosassone, restituisce al mito una fisicità tattile, quasi arcaica.
L’attesa per il film ha assunto proporzioni planetarie, alimentata da un cast che riunisce alcuni dei volti più riconoscibili di Hollywood – Tom Holland, Zendaya, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o – e da polemiche che hanno preceduto l’uscita. Negli Stati Uniti, commentatori conservatori hanno accusato la produzione di cedere alla «woke culture» per aver affidato il ruolo di Elena di Troia a un’attrice nera e per la presenza di Elliot Page, attore trans, nei panni del guerriero Sinone. In Grecia, parte della comunità ha lamentato l’assenza di interpreti ellenici. In India, dove i biglietti IMAX hanno raggiunto l’equivalente di 31 euro, il pubblico ha invece colto immediatamente le affinità con il Ramayana e il Mahabharata, riconoscendo nell’esilio di Ulisse e nella fedeltà di Penelope un’eco delle proprie epopee. In Italia, l’interesse si è concentrato sui luoghi del mito e della lavorazione: la Sicilia delle Eolie e di Favignana, il Circeo, Ostia, tappe di un possibile turismo cinematografico che l’ANSA ha già mappato in un ideale itinerario omerico.
Alla vigilia dell’uscita, le prime recensioni hanno dipinto un quadro largamente favorevole, con un punteggio del 99% su Rotten Tomatoes che ha superato persino Oppenheimer. Testate come il Guardian e RogerEbert.com hanno parlato di «capolavoro», lodando la capacità di Nolan di coniugare spettacolo e profondità psicologica. Non sono mancate voci dissonanti: Le Monde ha giudicato i personaggi «abbozzati» e la gestione del cast deludente, mentre in Italia Il Fatto Quotidiano ha criticato una «magniloquenza da spot aziendale» che soffocherebbe il respiro del mito. Al botteghino, le stime indicano un esordio globale tra i 200 e i 250 milioni di dollari, con code già registrate per le proiezioni IMAX a Dubai, Londra e Mumbai.
Resta, oltre i numeri e le polemiche, la forza di una storia che da tremila anni parla di nostos, la struggente nostalgia del ritorno. In un’epoca di migrazioni e identità diasporiche, l’Odissea di Nolan diventa uno specchio in cui comunità lontane – dai greci degli Emirati Arabi agli spettatori indiani – riconoscono la propria condizione. L’ultima immagine, prima dei titoli di coda, non è quella di un trionfo, ma di un uomo che, dopo aver ucciso i nemici, si siede esausto accanto al cane Argo, che muore felice di averlo rivisto. È un dettaglio minimo, quasi un sussurro, ma racchiude il senso ultimo di un film che, più che celebrare l’eroe, ne racconta la fragile, definitiva umanità.
| Stampa del Golfo arabo | +1.00 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.40 | critical |
| Stampa europea continentale | +0.20 | neutral |
Dubai celebra il trionfo tecnologico di Nolan, presentando il film come una pietra miliare globale del cinema.
L'articolo universalizza un risultato locale presentandolo come una svolta globale, ignorando le limitazioni tecniche altrove.
L'articolo omette che molti mercati, tra cui India e Italia, non possono proiettare il film nel formato IMAX 70mm previsto, minando la narrazione del trionfo universale.
I fan indiani lamentano l'occasione persa, sottolineando che anche con prezzi elevati dei biglietti, non possono accedere alla piena visione di Nolan.
L'articolo evidenzia l'esclusione concentrandosi su carenze tecniche e costi elevati, creando una narrazione di vittimismo e esperienza mancata.
L'articolo omette che il risultato tecnico del film è comunque rivoluzionario anche in IMAX digitale, e che molti spettatori in tutto il mondo lo vivranno comunque in alta qualità.
I cinema italiani non possono rendere giustizia alla visione di Nolan, ma la grandiosità del film è comunque celebrata, creando una tensione tra limitazione locale e successo globale.
Il blocco usa un doppio registro: un articolo spiega criticamente le limitazioni tecniche, un altro esalta la scala del film, presentando insieme entrambi i lati senza risolvere la contraddizione.
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