
I funerali di Khamenei tra fiumi di fedeli e l’enigma del successore mai apparso in pubblico
Le esequie dell’ex Guida Suprema, ucciso a febbraio, mobilitano milioni di iraniani e delegazioni straniere mentre il figlio Mojtaba resta invisibile e si consolida la tregua con gli Stati Uniti.
A oltre quattro mesi dall’uccisione di Ali Khamenei nei raid aerei americani e israeliani del 28 febbraio, la Repubblica Islamica ha fissato per il 4 luglio l’avvio delle cerimonie funebri che si concluderanno il 9 luglio con la sepoltura a Mashhad, città natale dell’ex Guida Suprema. Secondo le stime diffuse dalle autorità municipali di Teheran e rilanciate dai media di Stato, sono attesi tra i dieci e i venti milioni di partecipanti nelle tre città toccate dal corteo – Teheran, Qom e Mashhad – in quello che si preannuncia come il più imponente raduno di massa nella storia dell’Iran post-rivoluzionario, superando i dieci milioni registrati nel 1989 per l’imam Khomeini. La macchina organizzativa, coordinata da polizia e Guardiani della Rivoluzione, prevede giorni di lutto nazionale e un imponente dispositivo di sicurezza, reso necessario anche dal timore di azioni di disturbo in un Paese che esce da mesi di conflitto aperto con Washington e Tel Aviv.
Al centro dell’attenzione diplomatica e mediatica resta però l’assenza pubblica del nuovo Leader Supremo, Mojtaba Khamenei, cinquantaseienne figlio di Ali, ferito nello stesso attacco che uccise il padre e da allora mai apparso in video né in audio. Fonti ufficiali iraniane hanno confermato che Mojtaba ha riportato gravi lesioni al volto e alle gambe, ma insistono sulla sua piena lucidità e sulla partecipazione alle decisioni strategiche tramite collegamenti audio. Dichiarazioni a lui attribuite, lette dagli anchor dei telegiornali di Stato, hanno scandito in questi mesi la linea della continuità: nessuna rinuncia ai “diritti legittimi”, gestione dello Stretto di Hormuz in una “nuova fase” e l’istruzione alla magistratura di perseguire i responsabili dei crimini di guerra, indicando esplicitamente Stati Uniti e Israele. Tuttavia, fonti dell’amministrazione americana, tra cui il Segretario di Stato Marco Rubio, hanno ventilato l’ipotesi che il Leader si trovi in stato comatoso, alimentando speculazioni sulla reale tenuta del vertice iraniano proprio mentre il regime tenta di proiettare un’immagine di stabilità.
Sul piano regionale e internazionale, la cerimonia funebre si carica di significati che vanno oltre il lutto. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha concordato con Baghdad cerimonie parallele nei luoghi santi sciiti di Najaf e Karbala, a riprova della profondità dell’influenza iraniana in Iraq. Parallelamente, la presenza di delegazioni straniere disegna una mappa di alleanze e prudenti equilibrismi: il Pakistan ha annunciato la partecipazione del presidente Zardari e del primo ministro Sharif, mentre l’India ha scelto di inviare il ministro di Stato per gli Esteri Pabitra Margherita e il governatore del Bihar, l’ex generale Syed Ata Hasnain, mantenendo il primo ministro Modi lontano da Teheran nonostante l’invito formale del presidente Pezeshkian. Secondo analisti indiani, la decisione di Nuova Delhi riflette la volontà di non incrinare i rapporti con Washington e Tel Aviv dopo il silenzio mantenuto all’indomani dell’uccisione di Khamenei, un silenzio che l’opposizione del Congresso ha bollato come “criminale” e che ha aperto un dibattito sulla coerenza della politica estera indiana.
L’opposizione iraniana all’estero ha colto l’occasione per una mobilitazione opposta. Il principe ereditario Reza Pahlavi ha indetto una “Settimana globale di azione per un Iran libero” dal 4 al 9 luglio, invitando gli iraniani in tutto il mondo a raduni davanti alle ambasciate statunitensi e a forme di protesta clandestina dentro i confini nazionali, con l’obiettivo di mostrare “il vero volto dell’Iran” e onorare le vittime della repressione. La concomitanza con il Giorno dell’Indipendenza americana è un esplicito appello all’amministrazione Trump affinché non legittimi il regime, proprio mentre i due Paesi hanno siglato memorandum d’intesa digitali separati e proseguono in Svizzera i negoziati per un accordo di lungo termine. In questo crocevia, i funerali di Ali Khamenei non sono soltanto l’estremo omaggio a un leader che ha guidato l’Iran per trentasei anni, ma il palcoscenico su cui si misurano la resilienza del sistema successorio, la tenuta della tregua e la capacità di Teheran di riposizionarsi in uno scacchiere mediorientale ancora in ebollizione. Le prossime ore diranno se Mojtaba Khamenei romperà il silenzio, offrendo un segnale decisivo sulla direzione del dopo-Khamenei.
| Stampa indiana e sudasiatica | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | −0.50 | critical |
L'India osserva con scetticismo la transizione iraniana, chiedendosi se Mojtaba Khamenei apparirà e cosa significhi per la stabilità regionale.
Il resoconto si concentra sulle domande senza risposta, amplificando l'incertezza attraverso la ripetizione di 'speculazione' e 'mancanza di chiarezza'.
Tralascia il contesto delle recenti tensioni militari tra Iran e Stati Uniti, che potrebbero influenzare la successione.
Israele vede nei funerali di Khamenei un'opportunità per rafforzare la pressione militare e diplomatica sull'Iran, mentre sottolinea la propria determinazione a non cedere.
L'uso di termini come 'strikes', 'targets', 'assets' e la cronaca dettagliata delle operazioni militari crea un senso di minaccia imminente e legittima la risposta israeliana.
Tralascia le dinamiche interne iraniane di successione e il ruolo pubblico di Mojtaba Khamenei, concentrandosi esclusivamente sulla minaccia esterna.
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