
Il Senato Usa blocca il bilancio della difesa: scontro sulla guerra all’Iran
I democratici condizionano l’approvazione a limiti sulle operazioni militari di Trump, mentre i repubblicani denunciano un ostruzionismo che mette a rischio la sicurezza nazionale.
Con un voto di 50 favorevoli e 46 contrari, il Senato degli Stati Uniti ha respinto la mozione per avviare il dibattito sul National Defense Authorization Act, il disegno di legge annuale che fissa le politiche e gli stanziamenti del Pentagono per l’anno fiscale 2027. Servivano sessanta voti per superare l’ostruzionismo procedurale, ma tutti i senatori democratici presenti si sono opposti, bloccando di fatto un provvedimento da circa 1.150 miliardi di dollari che da sessantacinque anni veniva approvato con ampio consenso bipartisan. L’iniziativa congela l’iter della legge quadro della difesa e impedisce, per ora, l’autorizzazione di aumenti salariali per i militari, programmi di acquisizione e il finanziamento indiretto delle operazioni in corso.
Secondo i leader democratici al Congresso, il voto è stato una risposta diretta alla decisione dell’amministrazione Trump di riprendere le operazioni militari contro l’Iran senza una nuova autorizzazione del legislativo. Il senatore Chuck Schumer ha dichiarato che approvare il bilancio del Pentagono in questa fase equivarrebbe a concedere una “licenza” alla Casa Bianca per proseguire un conflitto di cui, a suo dire, non sono chiari né gli obiettivi né la strategia di uscita. Parallelamente, una parte crescente del gruppo democratico – inclusi esponenti progressisti come Greg Casar e Ro Khanna – ha subordinato il proprio sostegno a qualsiasi provvedimento di spesa militare all’introduzione di condizioni stringenti sugli aiuti a Israele, chiedendo di bloccare circa 3,3 miliardi di dollari di assistenza militare finché, a loro avviso, proseguono operazioni che causano vittime civili a Gaza e in Libano e accrescono le tensioni regionali.
La Casa Bianca e la maggioranza repubblicana al Senato hanno denunciato la manovra come un cedimento a logiche di parte in un momento di crisi internazionale. Il leader repubblicano John Thune ha votato contro la mozione solo per motivi regolamentari, riservandosi di riproporla in seguito. Sul fronte della Camera, i repubblicani stanno parallelamente cercando di far avanzare un quadro di spesa da 95 miliardi di dollari – presentato come pacchetto pre-elettorale – che include fondi per la difesa, aiuti agli agricoltori colpiti dalla guerra commerciale e misure restrittive sul voto. Anche quel testo incontra resistenze interne: l’ala fiscalmente conservatrice del partito, rappresentata dal deputato Warren Davidson, lo ha bollato come “morto all’arrivo” perché non compensa le nuove uscite con tagli equivalenti, mettendo a nudo le tensioni tra le promesse di disciplina di bilancio e le pressioni per mostrare risultati su sicurezza nazionale e agricoltura in vista delle elezioni di metà mandato.
Secondo stime diffuse dai democratici della commissione economica congiunta del Congresso, l’instabilità nel Golfo Persico ha già prodotto un aggravio di circa 56 miliardi di dollari per i consumatori americani alla pompa di benzina, con il prezzo medio per gallone salito da 2,98 a 3,85 dollari dall’inizio delle ostilità. Analisti europei osservano che un conflitto prolungato e l’eventuale interruzione dei transiti nello Stretto di Hormuz avrebbero ripercussioni dirette sui mercati energetici del Mediterraneo, con l’Italia particolarmente esposta in quanto hub di approvvigionamento. Al momento non è stata fissata una nuova data per il voto al Senato, mentre alla Camera l’iter del disegno di legge sulla difesa era già stato bloccato a fine giugno dall’ala più conservatrice del partito repubblicano. Il dossier resta dunque in una fase di stallo che intreccia il controllo delle operazioni militari, la tenuta dei conti pubblici e la campagna elettorale di novembre.
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I democratici bloccano il bilancio della difesa perché la guerra in Iran è diventata un referendum, e i repubblicani lo considerano un attacco alla sicurezza nazionale.
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